di Alessandro Ambrosini *
Due gambizzati e un cadavere bruciato tra le lamiere di una macchina a Fiumicino. Questo recita la cronaca capitolina come un bollettino di guerra. Una Capitale che, a periodi alterni, riscopre il “rumore dei ferri” di vario calibro infrangere i silenzi delle notti romane. Roma criminale è nervosa, è instabile e irritata. Dalle sue strade, battute giorno e notte dai pusher che la riempiono di ogni sostanza stupefacente, ai “piani alti” di una piramide fatta di nomi che hanno fatto la storia della mala e la fortuna di alcune case di produzione, i nervi tesi sono una costante. Una costante che si manifesta tra i “cavalli” dello spaccio o tra chi si occupa del “ramo” usura, pronti a mettere mano alle pistole per qualche dose non pagata o per qualche ritardo nel pagamento degli interessi.
Equilibri delicati in un mondo oscuro. Che sta scoprendo una fragilità a cui, boss e soldati di mala, non erano abituati. Segnali, che una tempesta giudiziaria è in arrivo, sono ormai all’ordine del giorno. E la mala lo avverte. Sequestri di beni, arresti, boss al 41 bis, accerchiamento mediatico continuo, cambi di rotte istituzionali importanti, nel contrasto al crimine organizzato della città, sono dati di fatto che suonano come campanelli d’allarme, per chi gestisce un potere criminale a Roma.
E l’articolo “un” non è usato a caso. Se da una parte, la stretta delle forze dell’ordine è in costante aumento, non si può non considerare che Roma è una babele criminale dove le ambasciate di organizzazioni calabresi, campane, siciliane e pugliesi, sono tutte presenti. E tutti pronti a percepire un segno di debolezza, come possibilità di acquisire metri, territorio, piazze di spaccio importanti. Un ragionamento che vale sia per “i grandi numeri” che per il malaffare di quartiere, della via, del marciapiede.
Questo è un nervosismo che si traduce in proiettili. Si traduce in necessità di ribadire un dominio sul territorio, un messaggio che vale più di un passaparola. Non c’è più tempo per aspettare, per minacciare. Ora i fatti prendono il sopravvento sulle parole, anche nella malavita. I tempi sono cambiati, l’imminenza di qualcosa che si aspetta come un terremoto giudiziario, una crisi economica che colpisce anche le “casseforti del crimine” determina che Roma, non è più un territorio “dove far meno rumore possibile”.
I tempi di “pace” stanno finendo. Le nomine di nomi come il Procuratore Generale Pignatone, il capo della Squadra Mobile Cortese ed ora Niccolò D’Angelo come prossimo Questore di Roma sono fondamenta di cemento armato alla diga che lo Stato ha deciso di ergere contro quel crimine che ha impregnato Roma per decenni. Una diga che frena, ferma e rinchiude il “fiume sporco” in un bacino che assomiglia sempre più a una galera.
Editorialista nottecriminale.it
