“La lumachella de la Vanagloria | ch’era strisciata sopra un obelisco, | guardò la bava e disse: Già capisco | che lascerò un’impronta ne la Storia.”
Il sommo poeta dialettale Trilussa (al secolo Carlo Alberto Camillo Salustri), con quattro versi, mette in scena uno dei vizi più resistenti dell’umanità: confondere il passaggio con l’importanza, la presenza con il merito, la traccia con la Storia. La lumachella sale lentamente sull’obelisco, guarda la propria scia e si convince di aver firmato l’eternità. Peccato che l’obelisco fosse lì prima di lei e, con ogni probabilità, resterà lì anche dopo. Ma la vanagloria funziona proprio così: prende una comparsata e la spaccia per destino.
La bava come curriculum
La satira di Trilussa sembra scritta ieri. Basta sostituire l’obelisco con una poltrona, una telecamera, un palco, un profilo social o una conferenza stampa. C’è sempre qualcuno pronto a scambiare qualche centimetro di visibilità per un capitolo di storia patria.
Il punto non è lasciare un segno. Quello, in un modo o nell’altro, lo lasciano tutti. Il problema è capire se quel segno abbia davvero un peso o sia soltanto una scia destinata ad asciugarsi al primo sole. E qui Trilussa risulta spietato: la vanità non ha bisogno di risultati, le basta uno specchio. Oggi, possibilmente, anche un algoritmo.
La Storia non mette like
La Storia, però, ha un difetto insopportabile: è lenta. Non si impressiona facilmente, non premia l’autoproclamazione e non considera memorabile tutto ciò che diventa virale. Per questo la lumachella resta un personaggio eterno: perché rappresenta tutti quelli che, saliti per un attimo sopra qualcosa di grande, finiscono per credere che la grandezza sia diventata automaticamente anche loro.
Ipse dixit. E la morale resta feroce: non basta strisciare sopra un monumento per diventare monumentali.


