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La città trasformata in un bancomat. Il furore del cemento ingoia tutto

La città trasformata in un bancomat. Il furore del cemento ingoia tutto
LA RECENSIONE. A pochi giorni dalle elezioni comunali arriva in libreria “Il tramonto della città pubblica”, un pregevole volume firmato da Francesco Erbani che racconta lo sviluppo della città attraverso i non sempre specchiati protagonisti dell’urbanistica dal 1955 ad oggi. Roma è la città in cui compaiono i cartelli “Terreno edificabile vendesi, salvo approvazione piano regolatore”. Un testo consigliato a chi si candida…

di Patrizio J. Macci

Francesco Erbani racconta con linguaggio da cronista, l’urbanistica che le amministrazioni comunali che si sono avvicendate in Campidoglio – dai tempi del sindaco Petroselli – hanno appoggiato. O meglio la non urbanistica, perché – come riporta per bocca di uno degli intervistati – urbanistica attenta ai bisogni dei cittadini a Roma non se ne fa più da oltre trent’anni.
Il volume nel quale si fa camminare il lettore dentro e fuori il Raccordo Anulare, si intitola “Roma – Il tramonto della città pubblica”, Laterza editore. Il racconto è attraversato da una domanda che si ripete come un mantra in tutta la narrazione: “Per chi si continua a costruire edilizia residenziale, vista la quantità di abitazioni invendute osservabili semplicemente passeggiando nei quartieri la sera, osservando le finestre buie e senza vita?”. Contemporaneamente bisogna rimarcare che ci sono decine di migliaia di romani che non hanno una casa, e non hanno alcuna chance di poterla acquistare: per loro sembra non esserci alcuna soluzione, la contraddizione è insanabile e brucia nella carne viva dei cittadini.

Gli strumenti che l’autore utilizza sono il taccuino e il block notes del giornalista vecchio stampo, che va e vede, interroga e scartabella i documenti e, soprattutto, non smette mai di interrogarsi e di lasciare domande aperte per il lettore che ha tutti gli strumenti per farsi un’opinione personale. L’arco temporale indagato va dal 1955 ad oggi, dalla celebre definizione di Cederna del 1955 destinata a diventare così famosa che oramai viene citata senza più paternità, “la città si allarga a macchia d’olio” cioè in maniera irregolare con dentellature che sconfinano senza senso e logica, fino alle ultime performance del Sindaco Alemanno e della destra al potere.
Un viaggio in un mare di cemento che dilaga senza alcuna discriminazione, e con oramai una resistenza oramai divenuta vana da parte dell’amministrazione. Si parte dalle torri dell’ingresso a Roma nord, dove prima si potevano vedere le consolari e la campagna romana, la “porta di Roma”. Ora ad attendere il viaggiatore ci sono le due torri di un centro commerciale sorto con una variante urbanistica, una delle infinite varianti strappate a un piano regolatore che è diventato un colabrodo. I titoli dei capitoli, dopo l’ingresso attraverso il centro commerciale, che se ne sta lì piantato simile all’astronave del marziano di Flaiano, completamente scollato dalla realtà e dalla vita dei cittadini, scorrono come le stazioni di una via crucis. La città e il suo territorio utilizzato come un bancomat: la valuta prende il nome di “moneta urbanistica” (Alemanno dixit).

Con questo nuovo conio si pensa di rimpinguare le casse del Campidoglio oramai completamente vuote. La città pubblica indietreggia in favore delle briciole che costruttori sempre più voraci e affamati di territorio da spremere fino all’ultima goccia, lasciano cadere dalla tavola dove sono seduti a un banchetto con due posti. L’altro invitato è la classe politica che finisce per cedere su tutto, per lasciare il nulla ai cittadini. E poi via in una scorribanda di depositi degli autobus che si vorrebbero vendere per rimpinguare le casse dell’Atac, anche quando sono incastonati nel cuore della città, risucchiati nel vortice della micidiale trappola delle compensazioni che una volta innescate concedono ai proprietari dei terreni una ricchezza esponenziale.
Il furore di distruggere e radere al suolo per ricostruire, con il profumo della possibile speculazione è descritto con i casi di Tor Bella Monaca e Corviale. L’Agro romano continuamente assaltato e sforbiciato, ridisegnato da piani regolatori che di giorno si fanno e di notte si disfano, dove i vincoli di inedificabilità anche quando sono assoluti vengono continuamente impugnati e contestati dai proprietari dei terreni. Si staglia nel racconto come un fulmine, l’esempio di alcuni terreni con cartelli recanti l’indicazione: “Terreno edificabile vendesi, salvo approvazione piano regolatore”.
Chiunque ha una qualsiasi responsabilità nello sviluppo dei piani urbanistici della nostra città dovrebbe leggere questo volume, ma c’è da domandarsi se qualcuno lo farà davvero, visto che la maggior parte degli studiosi citati urlano al vento le stesse idee da mezzo secolo: assai improbabile che improvvisamente qualcuno cominci a dargli retta.
Infine, in un’epoca di sciatteria e superficialità, bisogna riconoscere che il testo è realizzato “a regola d’arte” dal punto di vista editoriale. Ha l’indice dei nomi, una cronologia dei principali eventi accaduti nella Capitale e che l’hanno connotata dal punto di vista politico- amministrativo, e un indice dei personaggi citati, ottimo per orientarsi nella jungla dei soggetti non sempre angelici che affollano le pagine.