Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Gallery » La dolce maledizione del Medico in famiglia. “Scrivo per bissare la fama di Jessica”

La dolce maledizione del Medico in famiglia. “Scrivo per bissare la fama di Jessica”

Chi è Sabrina Paravicini, attrice e intellettuale, divenuta famosa per la sua partecipazione alla fortunata serie di nonno Libero. “Quando la mia carriera era ormai avviata, casualmente partecipai ad un provino e venni selezionata per diventare testimonial di una crema pubblicizzata in Israele. Lo spot vinse persino un premio a Cannes e il mio volto diventò famosissimo…”. Poi il cinema con Nichetti e Monicelli. Dalla tv il successo poi la regia di un cortometraggio e l’avventura libraria. LA GALLERY

di Valentina Renzopaoli

E’ stata l’infermiera più amata d’Italia, la romantica e un po’ svampita Jessica della fortunata serie “Un medico in famiglia”. La televisione le ha regalato il successo ma è la scrittura la sua passione più intima e profonda. Quarantadue anni, una bellezza elegante e pulita, Sabrina Paravicini è un’attrice e un’intellettuale poliedrica con la voglia di sperimentare. Ad Affaritaliani.it racconta gli inizi della sua carriera, l’arrivo inaspettato di una notorietà travolgente, i suoi nuovi progetti e la grande gioia di essere mamma.
Attrice, regista, sceneggiatrice, scrittrice: in quale ruolo si sente più se stessa?
Dipende da quello che faccio: se lavoro come attrice interpretando un personaggio che mi piace molto mi calo nella sua storia e mi faccio trasportare. Ma per chi scrive, non c’è dubbio che il momento di massima espressione creativa è proprio la scrittura. Scrivere vuol dire entrare in un altro mondo, ed io mi immergo completamente, mi faccio contaminare, quello che sta intorno a me, la mia vita, tutta la realtà diventa parte di quella fantasia.
Non è complicato dividersi tra impegni così diversi?
“Per me è un’indole: non potrei concentrarmi su un solo aspetto della mia creatività: la voce, la scrittura, le immagini, il corpo fanno sono tutti strumenti di espressione”.
Partiamo dall’inizio: da bambina cosa sognava di fare da grande?
“Ho ricordi della mia camera, del garage della nostra casa, degli spettacoli che organizzavo per i condomini del mio palazzo, adoravo travestirmi, molto più che danzare”.

 

Da bambini studiava danza classica?
“Sì, ho iniziato a cinque anni, a dodici ho smesso. Era un grande sacrificio, nonostante mi piacesse molto essere femmina non mi sentivo portata per la danza; la mia insegnante mi sgridava spesso per la posizione dei miei piedi. La mia indole era quella di diventare un’attrice. Pensi che a quattordici anni ho messo in piedi una piccola compagnia teatrale. Mettemmo in scena “Anna dei miracoli”, e questo dice tutto”.
Poi come iniziò questo percorso?
“Quando mi trasferii a Milano per studiare all’Università iniziai anche a frequentare corsi di recitazione e fare provini. Tutto è cominciato con gli spot pubblicitari nei primi anni Novanta: ne ho girati una trentina in tre anni, dalla Nutella all’Amaretto di Saronno. E’ stata una vera scuola, un microcinema che mi è servito moltissimo”.
Il suo volto è stato “utilizzato” persino in Israele.
“Sì, successivamente, quando la mia carriera era ormai avviata, casualmente partecipai ad un provino e venni selezionata per diventare testimonial di una crema pubblicizzata in Israele. Lo spot vinse persino un premio a Cannes e il mio volto diventò famosissimo”.
Poi arrivò il cinema.
“Feci un provino con Maurizio Nichetti e venni selezionata per “Stefano quantestorie”, poi lavorai ad un film tedesco che partecipò al Festival di Montreal “Der Sandmann”, e nel 1995 arrivò il film di Mario Monicelli “Facciamo paradiso”. Nel 1998 iniziò l’avventura de “Un Medico in famiglia”.
Mi racconti come andò.
“Quando iniziammo non avremmo mai pensato che sarebbe stato un successo. La fiction era girata in formato elettronico, quando ancora si girava in pellicola. Fu tutto improvviso: all’epoca vivevo ancora a Milano e nel giro di due settimane dovetti decidere di trasferirmi a Roma. Sarei dovuta rimanere quindici mesi invece sono quindici anni che vivo qui”.
Cosa ha rappresentato “Un Medico in famiglia” per lei e per la sua carriera?
“Ha rappresentato qualcosa di molto forte: è stata l’opportunità per diventare un’attrice a tutto tondo. Lavorare per quindici mesi su un progetto consente di concentrarsi sul personaggio. Ma è stato il “dopo” ad essere davvero sconvolgente: nessuno si aspettava quel successo. Il pubblico è stato conquistato trasversalmente, dai bambini ai nonni agli intellettuali. Siamo entrati nelle case degli italiani con una intimità che poi ci è stata restituita. Abbiamo fatto ascolti record da 10/12 milioni di spettatori a sera. Ovunque andavo l’affetto delle persone mi travolgeva e questo, se da una parte, mi ha regalato una grande notorietà, dall’altra mi ha creato seri problemi di ansia. Non potevo uscire di casa che venivo travolta. Da allora non prendo più i mezzi pubblici e da allora non sono più riuscita ad uscire di casa struccata”.
La televisione è stata la chiave del successo ma all’attivo ci sono anche quattro libri e una regia cinematografica: nel 2004 “Comunque mia”, un lungometraggio su un tema complesso come quello della disabilità, di cui è stata anche interprete e produttrice.
“La mia opera prima è stata una guerra quotidiana: è stato molto faticoso, il regista deve tenere sotto controllo tutti ed io non ero pronta. E’ stata un’esperienza folle.
Lei è anche una mamma?
“Sì ho un bambino di sette anni, Nino Tancredi, un nome sudista”.
E come è cambiata la sua vita da quando c’è lui?
“Radicalmente, posso tracciare proprio una linea di confine tra prima e dopo. Con un figlio tutta l’energia e i valori si spostano sulla famiglia. Passato lo shock iniziale di non essere più soli, poi questa presenza diventa una risorsa”.
Lo porta con sè quando lavora?
“Quando posso sì, evito di portarlo sul set perché l’attesa è molto faticosa. In realtà penso che anche lui sia molto portato per questo lavoro: a due anni già imitava tutte le voci dei personaggi di “Cars”. Penso proprio che mi supererà, anche se non ne sono molto felice”.
Perché?
“Perché è una strada infame quella dell’attore: bisogna essere molto forte perché si vive in un ambiente pieno di stimoli e si rischia di perdere il senso della realtà. Bisogna avere una famiglia e amici molto solidi alle spalle per non perdersi e soprattutto non bisogna prendersi mai troppo sul serio”.
Lei rifarebbe oggi le scelte che ha fatto?
“Sì, ma invece che chiudere alcune strade proverei a percorrerne di più contemporaneamente e ad essere più flessibile”.
Nonostante i suoi mille interessi e impegni riesce a seguire la crescita di suo figlio?
“All’inizio ho delegato troppo, poi ho capito e da tre anni mi sono messa a disposizione del bambino. Mio marito lo accompagna a scuola, di tutto il resto mi occupo io. Sono anni che scorrono veloci e sarebbe un peccato non goderseli. E poi i bambini hanno bisogno dei genitori, bisogna esserci. Penso che Nino sia un bambino molto felice, certo essere sempre presenti comporta sacrifici, ma è importante”.
Lei è tra i fondatori di un progetto per promuovere i giovani artisti “Under 30”: di cosa si tratta?
“Il progetto nasce dall’esigenza di mettersi a disposizione degli altri ed ho immaginato un evento che avesse anche una valenza pratica. Annualmente selezioniamo quindici testi di giovani autori under 30, ma stiamo pensando di estenderlo fino ai quarant’anni. Sono tutti monologhi interpretabili entro i cinque minuti. E poi organizziamo una serata alla quale invitiamo gli autori a vedere i loro testi interpretati da attori conosciuti. Una giuria decreta il vincitore che riceve un premio in denaro. Durante quella serata tutti sono protagonisti e gli autori  hanno un importante momento di visibilità. E’ una vetrina  e un’occasione per mettersi in evidenza”.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
“Sto scrivendo un nuovo libro, ma non ho ancora deciso il titolo. A fine anno metterò in scena uno spettacolo sul femminicidio ispirato a episodi di cronaca realmente accaduti ed estratti dal libro di una mia amica criminologa. Si intitola “Desdemona perché non hai detto niente”: si parte da Otello e dalla figura di Desdemona: una icona letteraria morta per mano amica che ricopre il ruolo di vittima e di accusatrice nei confronti delle altre donne che non hanno denunciato il loro carnefice. E’ la mia prima regia teatrale, dovrei ricoprire anche ruolo di Desdemona ma credo che cercherò un’altra interprete, mi devo concentrare sulla regia ed ho bisogno di un punto di vista esterno. E poi sto anche elaborando un progetto fotografico incentrato sempre sul tema della violenza contro le donne”.
Le fotografie le scatta lei?
“Sì, sviluppo l’idea, scatto le foto e le elaboro con Photoshop, che è la mia ultima passione. Utilizzo oggetti di uso quotidiano che, posizionati in un certo modo e ripresi da certe angolazioni e con una luce precisa, possono diventare strumenti di morte. Un lavoro davvero affascinante”.
Oggi quali aggettivi userebbe per descriversi?
“Difficile…prima che succedessero molte cose nella mia vita mi definivo una macchina da guerra. Oggi questa definizione non mi appartiene più. Oggi sono una donna che naviga a vista, che cerca di vivere le sensazioni più belle: senza la paura del futuro ci si gode di più il viaggio”.