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La nuova rivoluzione guarda al Campidoglio

A Roma si vive in un’atmosfera di vigile preoccupazione. A fine maggio si elegge il nuovo Sindaco, ma intanto cresce l’ansia per avvenimenti che sembrano fuori controllo. È lo stato d’animo del Paese. In effetti, sta cambiando l’umore di fronte allo spettacolo di un Parlamento bloccato e di una classe dirigente sospesa tra le nuvole dei veti, apparentemente senza bussola politica. Dopo settimane trascorse nel fragore di contumelie e insulsaggini si fa più forte la domanda di governo. È vero, le difficoltà sono figlie di un voto che ha scosso le basi del bipolarismo, ma non ha fatto altro che decretare l’assenza di una maggioranza organica in ambedue le Camere. Tuttavia compete alla politica, proprio nei passaggi più complicati, il compito di formulare una risposta adeguata alle attese della pubblica opinione. Non è forse questo il modo giusto perché la politica ritrovi se stessa? Dietro l’interrogativo si cela la speranza di tanti cittadini.
Bisogna provare a realizzare un’intesa ampia sul Presidente della Repubblica per spianare poi la strada a un governo di responsabilità nazionale. Malgrado il rifiuto più volte espresso da parte dell’interessato, sarebbe quanto mai auspicabile la  riconferma di Napolitano. In queste ore si decide tutto. Se vinceranno gli strateghi dello sfascio, l’Italia s’incamminerà sulla strada del ritorno accelerato alle urne in uno scenario che si profila in termini finanche più allarmanti di quelli già visti nel corso degli ultimi dodici mesi nella vicenda della Grecia. Chi sente il peso delle responsabilità non dovrebbe cedere a meschini calcoli di potere, magari puntando a fare del rinnovamento un’arma di semplice distruzione del quadro politico attuale. È necessario, in altre parole, arginare l’onda di una rivoluzione senza mete e prospettive, salvo per aspetti legati all’immaginazione popolare di un’Italia sempre oscillante tra anarchia e corporativismo.
La rivoluzione italiana dura dal 1992 e non ha conosciuto sbocchi duraturi, ma solo pause. Oggi, dopo vent’anni, siamo in presenza di un moto che riprende a marcare le stesse ambizioni con le medesime parole d’ordine: più società e meno Stato, più efficienza e meno vincoli, più rigore e meno sprechi. E si potrebbe continuare. La novità, semmai, sta nel fatto che il processo di cambiamento viene indicato e percepito nel segno dell’abbandono del vecchio bipolarismo tra destra e sinistra. Dunque, la rivoluzione è al centro o meglio “è” il centro. Questo che sembra un paradosso dei nostri giorni in realtà riprende un pensiero che ai primordi della democrazia, nell’antica Grecia, muoveva dalla consapevolezza che l’armonia si genera dal gioco degli opposti e la novità consiste nella convergenza di movimenti in origine ostili tra loro.
A Roma la battaglia per il Campidoglio assume più o meno chiaramente le movenze di questa radicale disputa sulla natura, le ragioni e le finalità del cambiamento. Nella Capitale, come si  sa, la politica possiede sempre una valenza molto particolare. Si tratta di capire dove sia l’elemento che assorbe le tensioni e le aspettative di un dibattito più generale. Ciò che accade a Roma è formula esemplare per tutta la nazione. Che dire?  Alla resa dei conti Alfio Marchini, affacciatosi in politica all’epoca di “Mani Pulite” e presto ritiratosi in buon ordine, incarna pubblicamente la ripresa del ciclo – lungo e instabile – di questa strana rivoluzione italiana. Si pone al centro, in competizione a destra con Alemanno e a sinistra con Marino, con l’obiettivo di essere lui meglio e più di Grillo l’interprete del nuovo. In questo senso, il suo essere indipendente e quindi totalmente estraneo alle dinamiche del passato lo autorizza a farsi portavoce di una “rivoluzione responsabile”. Questa è la sua sfida all’insegna di un ossimoro – il messaggio che unifica rivoluzione e responsabilità – che non manca di una qualche capacità di seduzione.
Ora serve dare forma e struttura alla proposta. Quel che si presenta come dato di rottura può sfrangersi nella banalità dei buoni propositi. I romani sono e sapranno essere severi. In ogni caso, non sarà una campagna elettorale scandita sulle note dell’ordinaria amministrazione. A partire dalle cose che si diranno e si faranno nei prossimi giorni si potrà scorgere, tra segnali pure confusi, la complessità e l’importanza di una battaglia destinata ad andare ben oltre la conquista del Campidoglio.


Lucio D’Ubaldo, portavoce dei Democratici Popolari (Area Monti)