… A fine maggio, quando si voterà per il sindaco di Roma, la cornice politica nazionale sarà comunque definita. Non è difficile immaginare che il voto amministrativo, qualora fosse segnato dalla radicalizzazione dello scontro politico, sarebbe fatalmente appeso a rischi di confusione e avvilimento. Senonché, di fronte alle emergenze della città, avrebbe poco senso scommettere sulla logica della pura contrapposizione.
Tutto si lega. Nel mesto tramonto della gestione Alemanno, afflitta da scandali e inadempienze, monta la domanda di un’alternativa capace di esibire una mentalità diversa dal passato. C’è bisogno di “fare squadra” per indovinare le scelte giuste, mobilitando con un metodo di partecipazione le tante energie disponibili nella società civile. Sta di fatto che il candidato del Partito democratico, Ignazio Marino, nelle recenti primarie ha insistito a fare dell’intransigenza antiberlusconiana la sua bandiera di rappresentanza, dunque a rilanciare nel pubblico dibattito il tradizionale schema conflittuale destra-sinistra, ritenuto emblematicamente valido anche per l’amministrazione della Capitale.
Va da sé che i riflessi di questa visione sulla politica romana sono presto intuibili. In sostanza, si restringe lo spazio per l’esercizio di una sana cultura del confronto e per il riconoscimento, in alcuni casi importanti, del valore della collaborazione ai fini della ricerca di nuove prospettiva di crescita e di sviluppo dell’intera comunità cittadina. Pertanto, complice il meccanismo elettorale, si allunga l’ombra di una pretesa di controllo e direzione, elaborata a misura di un potere sovradimensionato rispetto ai consensi di una forza politica e di una coalizione poco sopra il 30 per cento dei suffragi.
Chi prova a cambiare logica, in una mimesi di contrasto del fenomeno innovativo e perverso del grillismo, sembra essere l’indipendente Alfio Marchini. Il suo è un appello che mira a spezzare, anzitutto con il coraggio delle idee, la spirale di una politica fin troppo ossessionata dalla figura dell’avversario. Oggi però, a dispetto dei canoni ideologici ancora in uso, l’avversario ha una fisionomia inedita: si chiama declino e parla l’ostico linguaggio della globalizzazione.
Le vecchie ricette vetero-socialdemocratiche o iper-liberiste non sono più spendibili. Ora, è proprio nella percezione di un’epoca finita che risiede il successo del Movimento 5 Stelle. Basta questo? No, la semplice percezione di un problema o di un’istanza non determina automaticamente una svolta positiva. Deve essere chiaro che un programma di cambiamento si gioca in primo luogo sulla capacità di attivare un percorso virtuoso che abbia nella funzione amministrativa il dispositivo adatto a innescare lo sviluppo di servizi efficienti e pratiche di coesione. Roma, in forma esemplare, va incontro al futuro se inventa un nuovo “meccanismo di cogenerazione” che metta insieme progresso e solidarietà. In questa campagna elettorale un nuovo programma, fuori da pregiudiziali ideologiche, incarna l’esistenza di una nuova politica.
Portavoce dei Democratici Popolari (Area Monti)
