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La storia per comprendere gli immigrati. “La questione morale è questione sociale”

L’INTERVENTO. Cento anni fa moriva monsignor Geremia Bonomelli; per lui dentro l’innovazione del capitalismo c’era da rimediare ai guasti del profitto sregolato. Quando la Chiesa assisteva i migranti italiani

di Lucio D’Ubaldo

Eravamo un popolo di emigranti, oggi osserviamo con sorpresa mista a sgomento l’invasione di milioni di immigrati nei nostri centri urbani. Attualmente nella provincia di Roma si contano all’incirca 500.000 presenze straniere, con provenienza da 190 nazioni diverse. La capitale, nel corso del Novecento, è diventata una città multietnica.
Flussi migratori invertiti sono indice dell’imprevisto movimento della storia. Il secolo alle nostre spalle conserva le tracce di questa impetuosa trasformazione: in essa ancora adesso si legge il substrato, per lunga accumulazione, di sofferenza e disagio sociale.
C’è chi non si è limitato a capire l’universo doloroso degli emigranti, ma ha provato a costruire una risposta in termini di fattiva solidarietà. È bene farne memoria. Sul suo diario, un prete a lungo osteggiato dalla Curia e difeso tuttavia da Giovanni XXIII, scriveva il 4 agosto del 1914: “Povero Vescovo! Qualche cosa muore in me con la sua dipartita”. Così don Primo Mazzolari rendeva omaggio a una figura straordinaria – anche, appunto, per il suo impegno al fianco degli emigranti – della Chiesa lombarda e italiana: Mons. Geremia Bonomelli, nato a Nigoline, vicino Brescia, il 22 settembre 1831 e morto sempre a Nigoline il 3 agosto 1914.
Vescovo per oltre quarant’anni della diocesi di Cremona, mise in luce nel periodo più contrastato dei rapporti tra Stato e Chiesa le sue molte qualità di pastore intraprendente e coraggioso, ma sempre fedele alle sollecitazioni, come pure ai richiami, della Santa Sede.
Ben presto abbandonò le posizioni intransigenti dell’Opera dei Congressi, l’organizzazione sorta nel 1875 con l’obiettivo di forgiare il movimento cattolico alla fiamma ideale e religiosa della lotta al liberalismo usurpatore – specie dopo Porta Pia – dei diritti del Pontefice di Roma. In effetti, Bonomelli andava assumendo in quel frangente storico, a cavallo tra Pio IX e Leone XIII, la convinzione di quanto fosse preferibile una linea di dialogo e collaborazione tra liberali e cattolici: ai suoi occhi sempre più emergeva la necessità di ricongiungere lo spirito della nuova Italia post-risorgimentale alla forza della tradizione e della sensibilità popolare cristiana.
Aveva studiato nella capitale, alunno dell’Università Gregoriana al Collegio romano, anche lui ospite come altri futuri “quadri ecclesiastici” (si pensi a Lucido Maria Parocchi, futuro Cardinal Vicario di Roma) del prestigioso Collegio Capranica. Tra i docenti ebbe Carlo Passaglia, al culmine del suo prestigio come teologo, lo stesso che nell’autunno del 1860 avrebbe ricevuto da Cavour l’incarico per la definizione di un accordo in extremis con la Santa Sede.
Bonomelli si preparò a dovere e tornato dalle sue parti, a Brescia, insegnò per una dozzina d’anni teologia. Aveva doti di pensiero, ma non trascurava gli aspetti pratici e organizzativi: ecco il motivo, quindi, della sua nomina alla guida di una diocesi non facile, scossa da tensioni interne al clero locale e afflitta da una sensibile caduta delle vocazioni. S’insediò nella bella Cattedrale cremonese, con il caratteristico Torrazzo e al centro del quartiere medievale, il giorno dell’Immacolata del 1871. Al suo arrivo, trovò un ambiente davvero bisognoso di nuovo fervore e spirito di animazione. Fece della sua diocesi, relativamente piccola e senza grandi mezzi, il centro di irradiazione di un cattolicesimo ben diverso, nella fattispecie, dal prorompente e rivendicativo approccio politico-religioso di don David Albertario. Questi, direttore del milanese “Osservatorio cattolico”, arrivò persino ad attribuirgli la responsabilità del suo arresto nel corso della dura repressione, a opera del Governo Di Rudinì, dei moti di piazza del 1898.
Sotto il profilo politico-ecclesiastico la Cremona di Geremia Bonomelli stabiliva, tanto da Roma quanto da Milano, una medesima distanza: quella del ripudio dell’oltranzismo antisabaudo e controrisorgimentale. Semmai, per dirla ancora in termini geografici, Cremona faceva asse con Firenze, ovvero con i conservatori illuminati della “Rassegna Nazionale” ai quali premeva, nell’ottica della creazione di uno stabile blocco di governo, moderato e costituzionale, far sì che i cattolici potessero riconciliarsi alla vita del nuovo Stato unitario e fornire in questo modo un contributo essenziale alle sorti della nazione. Era una prospettiva che all’interno della Chiesa raccoglieva pochi consensi. Tuttavia, a dispetto di frettolose conclusioni, a questa visione della responsabilità nazionale dovette attingere più tardi il Popolarismo di Sturzo e la Democrazia cristiana di De Gasperi.
Il problema dei cosiddetti conciliatoristi o transigenti è che mancavano di afflato sociale, giacché l’accento prioritariamente lo ponevano sulla capacità dello Stato di reggere l’urto delle masse popolari nel conflitto aperto dal processo di industrializzazione. Invece Bonomelli questo afflato l’aveva, tanto da scrivere nel 1892, quindi a un anno appena dall’Enciclica “Rerum novarum”, una lettera pastorale dal titolo inequivocabile: “La Questione morale è Questione sociale”. Il suo valore, se letta ora, trascende le fatiche di un lessico ottocentesco: dentro l’innovazione del capitalismo c’era da rimediare ai guasti del profitto sregolato, senza ignorare tuttavia la dinamica di un’economia apportatrice di nuove opportunità e nuovo benessere. Ecco perciò l’approccio consigliato: condannare gli eccessi del capitalismo, ma cogliere altresì l’aspetto positivo di tanti uomini e tante donne strappati alla condizione atavica di miseria e di abbandono.
La stessa emigrazione, se generava occasioni di lavoro altrimenti sconosciute, poteva essere propizia; e però non lo era, in pratica, per carenze dello Stato. Chi emigrava rimaneva solo. Era questa la sciagura che gravava sull’esistenza di famiglie innumerevoli, malamente divise negli affetti e nei destini. Fuori dall’Italia non si avevano né certezze, né diritti; anche il viaggio, dato il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche, spesso si traduceva in dramma. Le cronache dell’epoca somigliano a quelle che descrivono negli ultimi anni le troppe sciagure sulle coste meridionali del nostro Paese. Alla fine del 1905 il giornale di bordo compilato per il viaggio da Genova a New York del piroscafo Città di Torino registrava: “A oggi su 600 imbarcati ci sono stati 45 decessi dei quali 20 per febbre tifoide, 10 per malattie broncopolmonari, 7 per morbillo, 5 per influenza, 3 per incidenti in coperta”. Alla complessità del fenomeno, del resto, si può guardare attraverso le lenti di un’opera recente, curata da più ricercatori, il Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo (Editrice Romana), rilevante per la dovizia di informazioni e la finezza di ricostruzione storica.
In questa cornice si staglia il contributo dei cattolici, in particolare di alcune figure della Chiesa gerarchica come  Bonomelli. Egli fa per gli italiani emigranti in Europa e nel Levante quello che il suo omologo di Piacenza, il Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, nello steso periodo s’impegna a fare per i nostri connazionali diretti in Argentina o verso gli altri Paesi del Sud America. Le due diocesi confinanti rappresentano il motore della Chiesa che prende su di sé, attraverso un’azione di supplenza delle pubbliche autorità, l’onere di accompagnare ed assistere i migranti. Anche i socialisti, attraverso la “Società Umanitaria” di Milano, svolgeranno un lavoro intenso in vista delle medesime finalità. Sul filo della solidarietà si gioca dunque la partita per l’egemonia sulle classi popolari: i cattolici, dopo aver contrastato il modello di potere liberal-borghese, scendono sul terreno della competizione con il movimento socialista in nome di una società degna di essere considerata a misura d’uomo, perciò più adeguata e confacente ai bisogni di tutti i suoi membri.
È l’inizio della grande storia politica del Novecento italiano. Con la visione di un cristianesimo umanamente dinamico, Bonomelli irrompe sulla scena del suo tempo con la forza di un pensiero e di un’azione non più afflitti da burocratico dogmatismo. Certo, la sua testimonianza riverbera sulle nostre odierne preoccupazioni la generosità e la lungimiranza di cui avremmo molto bisogno, anzitutto al cospetto di una sfida che implica essenzialmente un’idea più umana e più giusta di globalizzazione.
La sfida, in fin dei conti, a cui Papa Francesco ci richiama.