C’è una forma di malsano intrattenimento che negli ultimi anni sembra aver conquistato sempre più spazio in televisione e sulle piattaforme digitali. È quella che mi piace definire “TV del dolore“: un contenitore mediatico in cui tragedie di ogni genere e vicende giudiziarie vengono raccontate, analizzate, scomposte e ricomposte all’infinito fino a trasformarsi in un qualsiasi prodotto mediatico. La cronaca nera, naturalmente, ha sempre avuto una rilevanza giornalistica. Informare è un dovere e raccontare fatti che colpiscono la collettività rientra pienamente nella missione del giornalismo. Il problema nasce quando il confine tra informazione e spettacolarizzazione si assottiglia fino quasi a scomparire e la morbosità del pubblico prende il sopravvento.
I processi dai tribunali agli studi televisivi
Oggi alcuni casi di cronaca sembrano diventare vere e proprie soap opere nazionali. Le puntate si susseguono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. I dettagli vengono trasformati in colpi di scena, le indiscrezioni in rivelazioni e le testimonianze, alcune delle quali neppure verificate o verificabili, diventano eventi mediatici capaci di alimentare contraddittori senza fine.
A rendere ancora più complesso il fenomeno è l’avvento di internet e dei social network, che hanno trasformato la libertà di esprimere opinioni nella convinzione che chiunque possa improvvisarsi giudice, avvocato, criminologo, investigatore o addirittura esperto forense. Il pubblico, purtroppo, si appassiona alle vicende giudiziarie come farebbe con un reality show. Si scelgono i “buoni” e i “cattivi”, si formulano sentenze, si individuano colpevoli e innocenti molto prima che la magistratura abbia completato il proprio lavoro. Il processo mediatico finisce così per sovrapporsi a quello reale, generando una confusione pericolosissima.
Uno dei casi che continua a occupare il centro dell’attenzione pubblica è il delitto di Chiara Poggi. A distanza di anni, ogni nuovo sviluppo investigativo viene immediatamente rilanciato e discusso in televisione, sui giornali e sui social. Indipendentemente da come si concluderà sul piano giudiziario, ciò che resta è lo spettacolo indecoroso di una tragedia umana trasformata in un flusso incessante di contenuti, che sembra dimenticare un elemento fondamentale: il dolore delle persone coinvolte.
Dietro ogni fascicolo processuale esistono famiglie che convivono quotidianamente con una perdita, con il peso del sospetto e con l’angoscia dell’esposizione pubblica. Famiglie che vedono riaprirsi continuamente ferite mai guarite, costrette a confrontarsi ogni giorno con un dolore che non trova pace, mentre la loro tragedia viene utilizzata per alimentare ascolti, dibattiti e attenzione mediatica.
Davvero ci siamo dimenticati che dietro ogni titolo di giornale c’è una vita spezzata? Che i protagonisti involontari di queste vicende non sono personaggi fittizi di una fiction, ma esseri umani reali?
Forse sarebbe opportuno, se non doveroso, recuperare un principio semplice, ma sempre più dimenticato: i processi si celebrano nei tribunali, non negli studi televisivi. Le sentenze vengono emesse dai giudici, non dai telespettatori. La giustizia ha bisogno di prove, di rigore e di tempo. La televisione, invece, vive di emozioni, interpretazioni e ascolti. Quando questi due piani si confondono, il rischio è quello di trasformare il dolore altrui in spettacolo e la ricerca della verità in un esercizio collettivo di curiosità morbosa. E i morti, qualunque sia la verità che emergerà dalle indagini e dalle aule di giustizia, meritano rispetto. Meritano silenzio. Meritano memoria. E meritano, soprattutto, di poter riposare in pace.

