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Le tre vite di Tomas, Er Monnezza. In un libro il “romano de Cuba”

Dei tre ammessi all’Actors’ studio su migliaia di candidati è l’unico che riuscirà a lavorare  con registi profondamente diversi tra loro, affrontando registri interpretativi agli antipodi. E’ la storia di Tomas Milian nel volume edito da Rizzoli

di Patrizio J. Macci

Tomás Quintín Rodríguez Varona y Milian nato a Cuba il 3 marzo 1933 in arte semplicemente Tomas Milian, professione attore. Per il pubblico italiano volgarmente “Er Monnezza”. Ha raccontato per i tipi di Rizzoli editore a Manlio Gomarasca nel libro “Monnezza Amore mio” le sue tre vite di celluloide: la prima in pellicole impegnate diretto da registi del calibro di Bolognini, Maselli, Lattuada e Visconti, poi interprete in western come “Tepepa” e “Vamos a Matar, companeros”, fino al boom di incassi con i film “poliziotteschi” degli Anni Settanta, quelli che fecero esplodere il suo personaggio più popolare. Er Monnezza, un trucido poliziotto caratterizzato dall’uso indiscriminato del  dialetto romanesco infarcito di parolacce, magistralmente doppiato da Ferruccio Amendola visto che Tomas aveva un marcato accento sudamericano.
L’abbigliamento era quanto di più essenziale e “coatto” si poteva immaginare per l’epoca: tuta blu da meccanico, scarpe bianche sportive marca Adidas con tre strisce, capelli ricci scuri, barba folta e occhi truccati per risaltare. Educazione sotto zero: si soffia il naso con le dita, spesso mastica una gomma americana mentre parla. I film sono un cocktail di cinema di genere, realizzati usando legno colla e fantasia. Battute con le parolacce in rima, due schiaffoni a Franco Lechner in arte “Bombolo” amico di una vita,  il Monnezza finisce per diventare nell’immaginario popolare un eroe, un sottoproletario riuscito a riscattare la sua esistenza di criminale diventando un poliziotto. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quel ragazzo partito da Cuba negli anni cinquanta, con i soli soldi del biglietto per gli Usa e la speranza di diventare attore. Dei tre ammessi all’Actors’ studio su migliaia di candidati è l’unico che riuscirà a lavorare  con registi profondamente diversi tra loro, affrontando registri interpretativi agli antipodi. Arriva a Roma in maniera fortuita, braccato da donne e uomini che se lo contendono per la sua prestanza fisica. Non si risparmia nulla. Alcolici a ogni ora del giorno, i paradisi artificiali della cocaina, fino alla fuga in America quando la sua stella si appanna definitivamente. Deve ricominciare praticamente da zero, calcando il palcoscenico dei teatrini “off” di Broadway pur avendo un curriculum degno di una star. La pazienza e l’umiltà verranno premiate, arrivano i provini con Robert Redford e Oliver Stone, la fiducia in se stesso torna a sostenerlo. Viene chiamato a ricoprire quasi sempre personaggi di origine cubana, fino al giorno in cui un critico cinematografico italiano guardando l’interpetazione di un militare in divisa in “Traffic” esclama: “sono dovuto arrivare alla fine del film e leggere i titoli di coda per capire chi era l’attore che aveva recitato magnificamente quel personaggio, la parte gli calzava a pennello. Quando ho letto che si trattava di Tomas Milian ci sono rimasto di stucco. Pingue, con i baffetti e i radi capelli impomatati. Era un’altra persona rispetto al poliziotto sempre in tuta da ginnastica che conoscevo.” La sua nuova carriera è avviata, il coatto romano solo un lontano ricordo.
Il personaggio del “Monnezza” è consegnato all’eternità dei suoi film, al passaparola dei pischelli romani che rilanciano le sue battute. È rimasto all’ombra del Colosseo, giovane e gagliardo con le “scarpe da scavalco”. Eterno come la città che gli ha dato i natali.