di Valentina Renzopaoli
Responsabile del settore Commercio della Cna di Roma, presidente di Assocommercio Romanord, Giovanna Marchese Bellaroto è la paladina indiscussa della battaglia dei piccoli commercianti contro i mastodontici centri commerciali. Figlia dello storico calabrese Nicola Gerardo Marchese, cinquantacinque anni portati con grande orgoglio e rara eleganza, madre di tre figli e nonna della piccola Alice, ha fatto dell’impegno civile una missione di vita.
Giovanna Marchese Bellaroto, cosa la lega in particolare alla città di Roma?
“Mi sento di vivere in una città speciale e questa coscienza ce l’ho fin da quando ero bambina. L’amore per questa città me lo ha insegnato mio padre: il sabato e la domenica io e lui andavamo in giro per Roma, con lui ho visitato ogni angolo e su ogni luogo mi raccontava la storia e tutti gli aneddoti poco conosciuti. Con lui ho assaporato il gusto di fermarmi e alzare gli occhi”.
Suo padre, Nicola Gerardo Marchese, è stato un importante storico calabrese…
“Ha scritto una quantità infinita di libri che riguardano la Calabria e le su tradizioni. Pensi che è stato lui a scoprire che la produzione dei bronzi di Riace era locale, fu lui a capire che non furono realizzati in Grecia ma nella Magna Grecia calabrese, dove per la prima volta nella storia venne utilizzato il colore rosso”.
E’ molto legata alle sue origini calabresi?
“Ho trascorso molto tempo in Calabria, andavo i mesi estivi e le mie radici le sento in modo profondo. Oggi credo di avere un ruolo: quello di una donna con il sangue calabrese che deve riscattare un popolo attraverso azioni concrete, giuste e pulite. Per troppo tempo la nostra terra è stata simbolo di malaffare e criminalità”.
Lei vive e lavora a Vigna Clara, quali peculiarità ha Roma Nord rispetto ad altre zone della città?
“Noi abbiamo molte piazze, molti luoghi di aggregazione che favoriscono la condivisione della vita con i propri simili; è un quartiere poco di passaggio e molto stanziale, si incontrano sempre le stesse persone, difficile vedere un volto sconosciuto. Ma la zona di Roma Nord è anche una di quelle che soffre di più per il traffico e la mobilità: alle sue spalle è stata costruita una nuova città residenziale senza un adeguato sistema di collegamento”.
Da circa trent’anni gestisce un’attività. Cosa significa oggi lavorare nel commercio?
“E’ veramente una scommessa. Per sopravvivere è indispensabile invertire le abitudini, prendere provvedimenti drastici. Oggi non si vive più di shopping compulsivo, si sono ridotte le necessità, si compra solo per due motivi: o perché l’oggetto ti emoziona o perché sei convinta di fare un grande affare. Il segreto quindi è proporre offerte promozionali che inducono il cliente a percepire che stai proponendo qualcosa di molto interessante”.
Il suo è un negozio di articoli da regali, prodotti per la casa e liste di nozze. Come è cambiato il mercato negli ultimi anni?
“E’ cambiata la scala di valori: prima un servizio di piatti o bicchieri di una marca di lusso era un must, rappresentava uno status symbol, uno strumento per posizionarsi in un certo livello della società. Oggi sono cambiati i valori e anche la vita che si fa. La vita è molto più semplice, più frugale, non si ha nemmeno la voglia di dedicare tempo a pulire un gingillo d’argento. Nelle case non si ricevono quasi più gli ospiti anche perché le nostre abitazioni sono sempre più piccole e ogni accessorio è dedicato a funzioni specifiche. La difficoltà di uscire dalla famiglia di origine per costruirne una nuova ha modificato la progettualità del futuro. Trovare un compagno o un marito è diventata anche una soluzione per condividere le spese gestionali. Ma questa precarietà incide sui rapporti sentimentali: non si fanno progetti a lunga durata, tutto è diventato reversibile e questo si rispecchia anche sugli oggetti che si scelgono per la propria casa. Difficile che si investano soldi in un servizio di piatti o posate prezioso”.
A Roma è conosciuta come la paladina indiscussa della battaglia contro i centri commerciali: che danni hanno prodotto secondo lei al commercio di vicinato?
“Noi commercianti avevamo intuito fin dal 2008 che stavamo entrando in una crisi recessiva pesante, avevamo capito che c’era meno contante in circolazione. A Roma per tanti anni il Pil è cresciuto più del dato nazionale e questo ha mutato il sistema del commercio romano che in quindici anni si è riempito di grandi centri commerciali. Poi però l’economia è rallentata e pian piano ci siamo accorti che i piccoli negozio iniziavano a chiudere, non solo nelle vie laterali ma anche in quelle principali. Le categorie che ci avevano rappresentato non avevano avuto il coraggio di difendere i nostri interessi di commercianti di vicinato, pur prevedendo che l’aumento della cubatura commerciale avrebbe creato grossi problemi al commercio. Non sono stati lungimiranti”.
Da un anno e mezzo è la responsabile del settore commercio della Cna di Roma: che lavoro state facendo?
“Sono stata accolta nella Cna come in una grande famiglia. L’obiettivo della Cna di Roma è affermare che la sostenibilità dello sviluppo dei territori deve essere sempre in relazione all’armonia e al rispetto di una rete del commercio che già esiste. Una politica di sensibilizzazione che avevo iniziato a portare avanti già con Assocommercio Roma Nord, l’associazione che ho fondato nel 2010 con l’obiettivo di dar voce al diffuso malcontento dei commercianti. Forse oggi la vera novità della nostra azione è il metodo: contrariamente ad altre realtà territoriali di rappresentanza dei cittadini, noi cerchiamo di evitare il conflitto sottoponendo le questioni in modo chiaro e offrendo alla pubblica amministrazione con cui dobbiamo interloquire degli approfondimenti. Di solito ci muoviamo scrivendo delle lettere”.
Dopo anni di battaglia si sente vincitrice o sconfitta?
“Assolutamente vincitrice: abbiamo alzato l’attenzione su un problema che veniva visto in modo distorto, abbiamo affermato l’esistenza del commercio di prossimità e della sua importanza; un settore cha ha rappresentato il 70% del Pil del comparto produttivo della città e che, dopo l’avvento dei centri commerciali, è sceso al 40%. Abbiamo spiegato che dove il negozio di prossimità chiude avviene un mutamento sociale perché si crea una disaffezione per la porzione di città che rimane vuota”.
Il Piano del commercio approvato dalla Giunta Alemanno non vi piaceva?
“Non ci piaceva ma non l’abbiamo contestato, piuttosto abbiamo organizzato un lavoro di ricognizione e monitoraggio direi “porta a porta”. Abbiamo sentito il parere dei diciannove municipi e delle amministrazioni locali per verificare l’applicabilità del Piano: alla fine quindici si sono detti contrari. E così il sindaco Alemanno lo ha dovuto fermare, sospendendo il passaggio in Assemblea capitolina”.
Al momento però il Piano è bloccato e non c’è una nuova pianificazione…
“Infatti, un piano non esiste né se ne sta discutendo un altro, eppure alcune vecchie autorizzazioni stanno andando avanti”.
Quali impegni chiedete a chi si candida a fare il sindaco di Roma?
“Continueremo a chiedere di riaprire un tavolo per discutere tutte le autorizzazioni, anche quelle che risalgono all’amministrazione precedente. Le nostre vetrine vanno tutelate perché rappresentano un presidio territoriale nei quartieri per la sicurezza e qualità della vita delle persone”.
Alle ultime elezioni regionali lei si è candidata con la lista legata a Giulia Bongiorno: come è nata questa candidatura?
“Ho sempre avuto una grande ammirazione per l’avvocato Bongiorno, così grintosa e capace; le ho scritto una lettera per sottoporle alcuni problemi e sollevare perplessità sulla gestione di argomenti legati all’ambiente e al commercio. La lettera le è piaciuta e mi ha cercata: non le nascondo che l’immediatezza del suo interesse mi ha inorgoglito talmente tanto che le ho detto subito sì, senza rendermi conto di cosa un candidatura avrebbe comportato. Ho pensato di giocarmela pur sapendo che difficilmente sarei stata eletta. Pensi che ci ho messo una settimana solo per capire dove stampare manifesti e santini, le mie foto non andavano bene e ho dovuto fare un piccolo book”.
Che esperienza è stata?
“Entusiasmante, ho subito avuto una grande intesa con l’avvocato Bongiorno, esempio di fermezza, pacatezza, discrezione e umanità. Partecipare è stata per me una gratificazione per quello che avevo rappresentato in sei anni di associativismo e per il mio ruolo di intermediazione con la pubblica amministrazione”.
La politica è ancora nei suoi progetti?
“E’ una passione ereditata dalla mia famiglia che mi ha insegnato a considerarla un servizio. Ma credo che in questo momento posso fare molto di più come cittadina e responsabile di un’associazione che come politica. La politica si deve ristrutturare, non si sono accorti che il disagio è profondo, parlano ancora di correnti, accordi, negoziazioni. E coloro che sono stati portati ad accorgersene, i grillini, interpretando una spinta che viene dal basso, la stanno incanalando in un’azione troppo verticistica, lasciando poco spazio alle iniziative dei singoli”.
Nonostante il suo costante impegno civile e l’attività commerciale lei ha cresciuto tre figli, come è riuscita a conciliare tutte le esigenze?
“Sì ho tre figli di 34, 32 e 28 anni. E sa che sono anche nonna? La piccola Alice di un anno e tre mesi è il mio orgoglio. Per me è un vanto essere riuscita a portare avanti il lavoro senza abdicare al ruolo di moglie e di madre. A vent’anni ho sentito un grande bisogno di maternità, più forte del desiderio di realizzarmi professionalmente o di divertirmi come gli altri coetanei. Quando ho conosciuto mio marito avevo 19 anni, lui ne aveva 38 ed ho capito subito che era la persona giusta perché mi avrebbe permesso di realizzare il mio grande desiderio. Certo a vent’anni un figlio è un po’ come un giocattolo ma ho sempre avuto la capacità di organizzare la mia vita: ho lasciato il lavoro nella segreteria del Teatro dell’Opera e ho deciso di aprire un negozio per gestire meglio i miei tempi ed essere una madre in grado di vivere i miei figli, seguire la loro crescita e accudirli. Poi io amo la casa e adoro la cucinare”.
Il suo piatto forte?
“Negli anni sono quasi diventata una cuoca siciliana: mio marito è siciliano e come tutti i siciliani ha un grande amore per la cucina della sua terra. Dunque ho studiato per essere all’altezza. Il pranzo e la cena sono quei momenti in cui si legano i rapporti familiari, quando si mangia insieme si sente il profumo della famiglia”.
Si sente una donna realizzata?
“Mi sento realizzata da quando sono nati i miei figli. Ho avuto la fortuna di vivere la vita pienamente e mi sembra impossibile che sia passato tutto questo tempo. E da quando mi occupo anche della vita e delle preoccupazioni di altre persone mi sento ancora più realizzata perché sento di aver messo qualcosa di me a disposizione degli altri. Sapere che tante persone si sentono protette da me o da un mio intervento o consiglio è la più grande soddisfazione”.

