La band inglese registra nell’Anfiteatro degli Scavi un nuovo album dal vivo. “Kayleigh” riaccende la nostalgia, ma il gruppo guidato da Steve Hogarth appartiene ormai a un’altra epoca musicale
A Pompei il prog è soprattutto archeologia
I Marillion arrivano a Pompei e il paragone con i Pink Floyd diventa inevitabile. Il 25 e 26 luglio la band inglese ha occupato l’Anfiteatro degli Scavi per due concerti esauriti, destinati a trasformarsi in un album e in un film dal vivo. Lo stesso luogo nel quale, nel 1971, Waters, Gilmour, Wright e Mason consegnarono il progressive alla mitologia.
Ma le somiglianze, probabilmente, finiscono qui. Perché il progressive nella sua versione più rigorosa, fatta di suite labirintiche, simbolismi e virtuosismi, nei Marillion di oggi è ormai un reperto storico. Quasi più riconoscibile nelle pietre dell’anfiteatro che nella musica eseguita sul palco.
Dopo l’uscita di Fish, nel 1988, il gruppo non si è limitato a cambiare cantante. Ha cambiato pelle. Con Steve Hogarth sono progressivamente scomparsi il teatro barocco, le maschere e le suggestioni alla Genesis che avevano caratterizzato dischi come “Script for a Jester’s Tear” e “Misplaced Childhood”. Al loro posto è arrivato un rock più atmosferico, emotivo e contemporaneo, capace di assorbire elettronica, pop e ambient senza preoccuparsi troppo delle dogane del genere.
“Kayleigh” è una piacevole fotografia
La scaletta di Pompei chiarisce immediatamente le intenzioni. Il concerto si apre con brani dell’era Hogarth come “Splintering Heart”, “Fantastic Place” e “You’re Gone”, mentre trova spazio anche l’inedita “Ribbons and Lace”, anticipazione del prossimo lavoro in studio. Il nuovo album, seguito di “An Hour Before It’s Dark”, è infatti entrato nella fase conclusiva della lavorazione.
Quando parte “Kayleigh”, appartenente ai Marillion della Prima Repubblica di Fish, il pubblico internazionale canta compatto e per qualche minuto torna il 1985. Ma è una fotografia nell’album di famiglia, non l’indirizzo di residenza della band. I Marillion la eseguono, raccolgono l’ovazione e poi ripartono senza trasformare lo spettacolo in una rimpatriata per nostalgici.
Il cuore della serata è semmai “Care”, composizione di oltre venti minuti tratta dall’ultimo disco: una suite nella durata, ma non nello spirito integralista del vecchio progressive. Steve Rothery continua a disegnare assoli misurati e riconoscibili, mentre Mark Kelly, Pete Trewavas e Ian Mosley costruiscono un suono complesso senza ostentarlo.
Una band che ha scelto di non imbalsamarsi
A Pompei i Marillion non tentano dunque di rifare i Pink Floyd e neppure di imitare se stessi. Registrano il presente in un luogo consacrato dal passato. È questo il paradosso più interessante: una band nata nel progressive celebra la propria longevità allontanandosi dalla musica che l’aveva resa famosa.

