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Miccoli è “incompatibile”. Un segnale per Marino

Come sempre c’è una verità e due versioni. In questo caso ce ne sono tre. La prima vuole che l’implosione del Pd romano sia figlia del Comitato dei Garanti che ha azzerato la segreteria per la serie di ricorsi presentati dai candidati a presidente di Municipio. Un atto, questo, che segue la sclerotica gestione delle Primarie aperte dal pasticcio del regolamento attuativo adottato e poi modificato dall’ormai segretario uscente. E così Marco Miccoli va a casa, nel senso che lascia la sede di periferia per dedicarsi al partito dagli scranni di Montecitorio dove è stato catapultato alle ultime elezioni “per meriti politici”.

Poi c’è la seconda verità ed è quella della guerra infinita nel Partito Democratico con le sue battaglie locali, che ha portato ad una prima vittoria del fronte anti-Bersani. Lo scontro tra Renziani e Bersaniani ha concluso la carriera nel partito di Miccoli. Infine, la versione ufficiale con la quale ha consegnato nelle mani del segretario regionale il suo mandato: incompatibilità col ruolo di deputato. Come se i ferrei regolamenti interni da lui adottati in maniera bulgara, non esistessero anche prima della candidatura.

Romano verace, 52 anni, Miccoli è un Trasteverino poi “monteverdino” d’adozione che nasce politicamente all’interno di una tipografia, dove ben presto fa carriera e diventa delegato sindacale. Quindi, sempre nel settore, entra anche in Cgil. A lui il mondo sindacale regala ogni opportunità politica e anche una carriera spalancata nella gioiosa macchina da guerra. Antifascista nel dna, grande organizzatore e direttore di ben quattro feste dell’Unità con menu sempiterno di salsiccia, musica e dibattiti infiniti con ospiti di rilievo sul palco e pochi militanti in platea, Miccoli gioca sempre all’estrema ala sinistra nella squadra dei Democratici di sinistra prim,a e del Pd dopo, del quale diventa coordinatore e poi segretario romano.

L’apice di una carriera nel mondo del lavoro (degli altri) lo tocca con Cesare Damiano ministro, con il quale collabora nel grande processo di stabilizzazione dei precari. I maligni dicono che il suo antifascismo lo abbia portato più volte, quasi a sfiorare ma senza mai toccare, quelli che una volta si chiamavano “i compagni che sbagliano” e che all’epoca della presunta vicinanza erano già in smobilitazione organizzativa ma non ideologica.

Serio, rigoroso e obbediente come solo i migliori funzionari di partito della scuola di Frattocchie, l’ex segretario è un militante sino a febbraio dipendente del Partito, al quale ha sacrificato l’intera vita. Con la stessa dedizione con la quale si è dedicato a guidare il partito romano contro il sindaco Alemanno. A leggere le sue dichiarazioni degli ultimi due anni passati all’opposizione, c’è da preoccuparsi di fronte al rischio della sindrome maniaco ossessiva: non c’è comunicato stampa (dalla neve, al caldo) che non si chiuda con la ripetizione del claim “Alemanno è il peggior sindaco di Roma” con le sue declinazioni che arrivano sino a: “Alemanno è il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto”, per concludere con il vaticinio: “Alemanno è per tutti il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto e a giugno quando si voterà sarà mandato via dal voto popolare”, anche nella versione “di gruppo” con rima baciata: “Per fortuna questa destra arruffona e clientelare sarà presto cacciata dal voto popolare”.

Insomma, se brilla per lealtà al partito, altrettanto riluce per chiarezza delle dichiarazioni e profondità del ruolo di ispiratore dell’opposizione, gestita a modo suo: ad ogni passo del sindaco, persino quelli falsi, Miccoli è andato giù duro contro. Contro e basta, senza mai una contro-proposta, fedelissimo a quell’atteggiamento del partito nazionale che ha impostato anni di opposizione nel segno dell’anti-berlusconismo.

Tramontato Bersani, e con i renziani romani (già margherita) in odore di separazione, guarda caso cade anche la segreteria “dura e pura” che però, prima di lasciare, incita l’esercito a stringersi intorno a Ignazio Marino. Un candidato che, nella città dove i moderati/cattolici, hanno una straordinaria capacità di riunirsi di fronte all’invasione rossa, sembra più destinato più a perdere che a vincere. E infatti chi lo spinge “da pazzi” sono i rappresentanti dell’ala sinistra del Pd. Quella che non è mai riuscita a volare da sola. Per il chirurgo americano, l’addio di Miccoli è un segnale da interpretare al più presto. Forse non basta far traboccare le liste civiche per smarcarsi da una città che non c’è.

Fabio Carosi