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Roma

Sono dettagli shock quelli che emergono dai verbali che per 15 anni sono rimasti coperti da segreto. Documenti che sono diventati pubblici dopo che l'ufficio di presidenza della Camera dei Deputati ha deciso di declassificarli e caricali nell'archivio online della Camera. Era il 1997 quando Carmine Schiavone si presenta alla commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti rivelando dettagli talmente  deflagranti da richiedere la segretazione.

schiavone

Dalla viva voce del pentito dei Casalesi, cugino del più famoso Francesco detto Sandokan, la descrizione di anni criminali in cui il Sud Italia è stato usato come una latrina a cielo aperto per i rifiuti industriali del nord: file di camion hanno percorso l'autostrada del sole portando materiali pericolosi, solventi e fanghi verso le cave aperte per lavori stradali in Campania e non solo. Racconta che sopra i veleni, appena ricoperti di terra, poi qualcuno ci allevava le bufale. Alcune rivelazioni sono purtroppo già note e verificate, altre tutte da scandagliare. Schiavone parla di fusti piombati contenenti materiali radioattivi in arrivo dalla Germania che invece di essere smaltiti in discarica sarebbero finiti interrati in un capetto sportivo di una parrocchia.
Nell'elenco dei luoghi dove finivano illegalmente i rifiuti vengono citate anche la Provincia di Latina e Frosinone. Uno smaltimento che secondo il camorrista pentito avveniva già prima del 1988. “Non solo Latina, ma Gaeta, Scauri ed altre zone” cita Schiavone, poi fa il nome del Clan dei Bardellino che proprio nel basso Lazio avevano degli “insediamenti”. Il pentito tira in ballo la realizzazione della superstrada tra l'area pontina e l'autostrada, caratterizzata proprio dal 1987. Il modus operandi era lo stesso già utilizzato in Campania: le cave utilizzate per i lavori erano riempite con gli sversamenti di rifiuti di ogni genere che i clan andavano a reperire direttamente al nord con i loro camion: “Man mano che finivano gli scavi, questi ultimi venivano sistematicamente riempiti”.
Ma a finire nel centro del business delle ecomafie non c'è solo la provincia di Latina. Nella geografia dei clan era chiaro il confine tra due macro regioni, il nord dispensatore di denaro contante, e il sud Italia da trattare come se fosse una latrina. Secondo Schiavone tutto il frusinate apparteneva a questa seconda regione.

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