Presentato fuori concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, il film con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea costruisce, con una regia apparentemente semplice e rigorosa, una riflessione sul senso di colpa, sulla solidarietà verso gli immigrati e sulla capacità della cultura di offrire una possibilità di salvezza.

Nessun dolore (diretto da Gianni Amelio, genere drammatico, produzione italiana, 96 min., 2026, presentato fuori concorso all83° Mostra di Venezia) si guarda con avidità nel senso che non si vuole perdere un solo attimo. Il film cattura senza sosta lattenzione (non per il ritmo incalzante) perché si percepisce l’arte cinematografica che lo contraddistingue. Per dirne una: l’inquadratura, costantemente ferma, è sempre quella idonea a consentire di apprezzare al meglio la scena ma è, ad un tempo, anche la più semplice e lineare; se si vuole, la più ovvia. Sembra un esercizio banale ma non lo è.
Il tema che attraversa orizzontalmente tutto il lungometraggio è quello della responsabilità. Di chi è la responsabilità. A tale proposito, cambiando registro e, più precisamente, passando dalla narrazione audiovisiva a quella scritta, mette conto segnalare il romanzo assai ben scritto Di chi è la colpa di Alessandro Piperno edito da Mondadori.
E tipico fuggire dalla responsabilità addossandola ad altri con il risultato che, nell’immediato, si prova un sollievo effimero mentre, a seguire, si avverte il tormentoso lamento della voce della coscienza. In Nessun dolore, invece, Davide (Alessandro Borghi), un giovane e garbato venditore di libri usati esposti in una baracchina sita a Roma, piazza Risorgimento, sente su di sé la piena responsabilità per il decesso di un bambino immigrato, di fatto uno sconosciuto per Davide, che rimane vittima di un tragico incidente stradale.
Simile responsabilità genera un senso di colpa che per lungo tempo Davide tiene dentro di sé senza condividerlo con nessuno laddove, invece, è frequente nei film assistere a scene nelle quali i personaggi espellono in maniera violenta ed acuta il senso di colpa che è annidato nella loro coscienza.
Nel contempo, Davide sente di dovere espiare la colpa e, a tale fine, finisce per mettere la propria abitazione (ovverosia, il rifugio di ognuno di noi) a disposizione di immigrati ed affronta inerte il rigore algido delle leggi di fronte alla sua genuina ed illimitata solidarietà nei confronti degli immigrati. Alla fine splenderà il sole, fino ad allora poco presente.
L’accoglienza come scelta politica e umana
Cè poi il tema – che, nell’intento di Amelio, appare avere una valenza eminentemente politica – dell’accoglienza degli immigrati. L’immigrato è visto come estremamente bisognoso dei beni primari e, quindi, innanzitutto, di un luogo dove stabilire la propria dimora ma anche come una comunità operosa; a tale ultimo riguardo, emblematica è la scena degli extracomunitari che si recano al cantiere all’alba. Davide, che sotto questo profilo rappresenta ognuno di noi, non ha alcun timore nell’accogliere gli immigrati: questo il messaggio di Amelio.
Elsa e Michele, l’umanità che accompagna Davide
Volgendo lo sguardo agli altri personaggi del film, quanto umanità parimenti arriva da Elsa (Valeria Golino), una docente universitaria che accudisce il suo professore di un tempo con il quale è fuggita da giovane ed ora anziano e malato, intimamente accanto a Davide. Figura laterale nella storia solo dal punto di vista del minutaggio è quella di Michele (Valerio Mastandrea) il quale lavora come responsabile dell’obitorio dell’ospedale dove il bambino è stato ricoverato. Michele è di poche e taglienti parole ma, a ben vedere, partecipe del dolore di Davide e disponibile a venire incontro. Tante poi le chicche presenti nel film: come quando Davide ed Elsa rimangono chiusi nel baracchino sotto la pioggia e quando, verso la fine, Davide incontrando casualmente il padre del bambino morto finge di non conoscerlo.

La forza salvifica dei libri
Ancora un potente messaggio arriva dal film: la forza salvifica dei libri, i quali, come dice Elsa, devono camminare (ovverosia, circolare di lettore in lettore), e della lettura. Qualcosa sui cui fare leva in questi tempi dominati dallincertezza.
Il film apre con la didascalia che afferma che la storia che si va a raccontare non è ancora accaduta. È un auspicio: magari potrebbe accadere una cosa simile (naturalmente, senza il tragico incidente stradale) in futuro.
Da non perdere.


