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No ai privati per sanare. Sì all’Agenzia regionale

Con tutto il rispetto per le posizioni di Donato Robilotta, che su queste colonne ha perorato la necessità, a suo dire, di privatizzazione delle aziende comunali e regionali di servizio pubblico, ritengo che proprio nell’individuazione dei difetti gestionali di queste aziende, e quindi lavorando sulla loro eliminazione, ci siano i presupposti stessi per cui queste aziende devono rimanere pubbliche. Parlando dello specifico di Atac, ma il discorso si può estendere anche alle altre aziende e agli altri servizi pubblici, non serve privatizzare per sanare, perché l’azienda ha le potenzialità per tornare competitiva, e in utile, sia dal punto di vista della qualità del servizio sia da quello economico.
E che soprattutto mantenere inalterati i livelli occupazionali. Un cambio di passo che certo non si può richiedere ai dirigenti degli ultimi anni, che hanno ottenuto risultati inversamente proporzionali alle loro retribuzioni.
Credo, per contro, che i tempi siano maturi anche per un ragionamento su più vasta scala sul trasporto pubblico, che coincida con l’intera Regione. Credo che si debba cominciare a pensare ad una Agenzia regionale unica di trasporto pubblico, con compiti di pianificazione e controllo, che operi sull’intermodalità e sull’integrazione del trasporto su ferro e su gomma. Un gestore unico regionale, insomma, con un bacino unico e, di conseguenza, un polo unico delle manutenzioni, Solo operando su questi ordini di grandezza e su questi standard si potrà reggere la concorrenza europea, e il momento sembra propizio per imboccare questa direzione. Oggi si sente parlare di riforma del Decreto 422, quello che assegna a regioni e anti locali le competenze sui servizi pubblici. Spero vivamente che sia una riforma della riforma, utile a riavviare il processo di risanamento del settore trasporti, e non una controriforma che, aggirando la sentenza della Corte Costituzionale, riapra un orizzonte di privatizzazione. Una scelta di disarticolazione e ri-articolazione del 422 produrrebbe l’effetto di rendere “acquistabili” aziende pubbliche oggi in crisi, senza benefici economici per le proprietà, per i lavoratori e, come dimostrato da esperienze europee, con un peggioramento dei servizi per i cittadini. “Pubblico” non può essere una scelta non ragionata e deve prevedere la responsabilità di costruire aziende competitive. Ma “pubblico” non può essere considerato il male assoluto, l’ossessione acritica di neoliberisti che rispetto alle obiezioni dei lavoratori, dei cittadini, dei giuristi e dei comuni, si comportano come le tre scimmie: non sentono, non vedono, non parlano e intanto si preparano a votare per vendere il patrimonio collettivo.

Riccardo Agostini, Consigliere regionale Pd
Membro della commissione Ambiente, lavori pubblici, mobilità, politiche della casa e urbanistica