Non ci sono altre formule se non quella di “municipalismo etico” per inquadrare una modalità d’intervento a sfondo pseudo-normativo, eccedente la sfera delle competenze amministrative, che ormai da anni impegna tante energie nel campo minato della biopolitica.
Roma, invece di seguire l’onda montante, potrebbe fare utilmente delle assemblee elettive locali la sede privilegiata di un confronto a maglie larghe, senza la pretesa di surrogare con i propri strumenti regolatori alcune specifiche innovazioni al Codice di diritto civile. Insistere sul carattere simbolico di talune operazioni equivale a generare nella pubblica opinione lo stralunato convincimento, esposto alle radiazioni mortali dell’ambiguità, che la fantasia degli amministratori locali – non la loro serietà e concretezza – possa spingere nella giusta direzione il carro della storia. Non bisogna esagerare: il realismo, specie dal lato di chi ha ruoli di potere, è la giusta pratica da coltivare. Per questo il Partito democratico è chiamato ad assumere, anche alla luce di fatti recenti, la responsabilità di un onesto e rapido dietro-front.
A me torna facile richiamare l’attenzione sulla delibera del Municipio Roma 1, appena votata, che istituisce il Registro delle Unioni civili. Si tratta di un ibrido maneggio di suggestioni e norme improbabili. Infatti nel provvedimento, imposto da una maggioranza bisognosa per l’occasione del soccorso grillino, non si riscontra un chiaro e valido presupposto giuridico, ma solo un’astratta e improduttiva volontà di tutela dei diritti delle coppie conviventi fuori dal matrimonio. Ora non si capisce, ad esempio, come faccia il Municipio a riconoscere il carattere “stabile e duraturo” – così nel testo della delibera – di una convivenza che nessuna legge finora è giunta a identificare nei suoi connotati umanamente e socialmente essenziali, in particolare sul punto della reciprocità di affetto e sostegno, tanto morale che materiale, nella continuità di relazione. È curioso immaginare come potrà esercitarsi a riguardo l’azione di discernimento degli uffici comunali: può bastare una una procedura di autocertificazione? È evidente che non avrebbe valore giuridico.
La via è molto stretta. Il Municipio si candida unicamente ad applicare una dubbia etichetta su un atto di registrazione già previsto all’interno del vigente Regolamento d’anagrafe e stato civile: l’unione civile, al netto di ogni bardatura ideologica, altro perciò non sarebbe che una variante nominalistica, ovvero una definizione pur possibile, benché fuorviante, di un legame classificabile nella cosiddetta “famiglia anagrafica” (art. 4 del D.P.R. 30 maggio, n. 233), esistente anche se “costituita da una sola persona”.
Tuttavia, dopo aver escogitato questo debole espediente tecnico, è altresì accreditata l’idea che si possa risolvere per via amministrativa una questione ancora aperta e non risolta a livello legislativo. Contro i ritardi e le inadempienze di deputati e senatori, sopraggiunge benefico il pragmatismo degli amministratori locali; con il che si inocula una dose aggiuntiva di veleno nell’arteria, già troppo intasata di sostanze tossiche, dell’antiparlamentarismo.
Bisogna evitare di accrescere sfiducia e discredito verso le istituzioni. A tutti gli effetti, la disciplina delle unioni civili richiede una buona legge dello Stato, non la scorciatoia senza sbocco pratico di regolamenti comunali o sub-comunali. Il registro delle unioni civili è né più né meno che una bandierina da sventolare e però, anche solo per questo, rappresenta un motivo di inutile controversia. Ecco perché il ritiro della delibera sarebbe un atto di buonsenso, molto più attendibile di qualsiasi invenzione d’improbabili diritti a scala municipale.
Spero ne sia consapevole il partito, oggi dominato dalla personalità volitiva e concreta di Renzi, che attraverso i suoi eletti costituisce la colonna vertebrale del sistema di governo nazionale e locale. Cambiare verso può significare, anzitutto a Roma, recuperare il senso di una politica fatta di misura e pragmatismo.
Lucio D’Ubaldo
