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Roma
Nostalgia Brasile, “Il mare, mio padre e me”: il terzo racconto firmato Soares

“La piaga del tempo”, “La fuga” e ora “Il mare, mio padre e me”: questo il titolo del terzo appuntamento coi racconti d'estate di Adriana Soares, fotografa, pittrice, poetessa e scrittrice di racconti per piccoli e per grandi e prossima romanziera, nata a Rio de Janeiro, e che vive a Roma dall’età di 11 anni.

 

Ne "Il mare, mio padre e me", la Soares esercita la nostalgia sul filo della memoria della sua infanzia nella sua terra di origine, in cui l'essenza vera delle cose che contano sono quelle semplici, legate al ricordo di una giornata trascorsa al mare col proprio padre, alla felicità procurata dall'agognato possesso di un libro che una compagna crudele le aveva prima promesso e poi negato.

IL MARE, MIO PADRE E ME

Mio padre era convinto che ogni tanto bisognasse fare una cura con i bagni di mare. Ricordo quel periodo come uno dei più felici della mia infanzia. Credeva che i bagni dovessero esser fatti all’alba e così univa l’utile al dilettevole portando la sua rete da pesca. Volendo soprattutto pescare, coinvolgeva il suo amico e vicino di casa Rodolfo. Andavamo sempre alla stessa spiaggia a Niteroi, un comune dello stato di Rio de Janeiro. Era una delle spiagge più selvagge che avessi mai visto.

Siccome era di difficile accesso, era quasi deserta e per questo che sembrava davvero un paradiso terrestre. Si chiamava spiaggia do Sossego, ossia della tranquillità, della pace. La chiamavano la piccola Hawaii.

Quindi, per arrivare all’alba bisognava alzarsi di notte.

Non è semplice spiegare la sensazione che provavo nello svegliarmi di notte, prendere l’autobus vuoto che ci avrebbe portato a Niteroi attraversando l’oscurità. La sera prima andavo a letto presto, ma il cuore rimaneva sveglio nell’aspettativa del giorno dopo.

Agitatissima, mi alzavo alle quattro del mattino e svegliavo il resto della famiglia. Ci vestivamo velocemente e uscivamo a digiuno.

Mio padre credeva che si potevano trarre massimi benefici dal bagno a mare se fatti a digiuno.

Uscivamo in strada, mentre era ancora buio, accarezzati dalla brezza fresca e frizzante della notte e aspettavamo l’autobus. Mi sembrava già di ascoltare il rumore del mare man mano che ci avvicinavamo, sembrava pura magia. Sono nata nell’oceano e quella felicità che provavo ne era la prova.

Mi sedevo sulla punta del sedile, pronta a scattare: la mia felicità sarebbe giunta di lì a poco.

Attraversare di notte quella città addormentata mi faceva provare un senso di pace e di unicità mai provata prima e che non potrò mai più ritrovare in vita mia.

Fuori dall’autobus già iniziava ad albeggiare la luce tremola e incerta del Sole, che ancora era nascosto e che da lì a poco avrebbe illuminato e rivelato ogni cosa nel mondo, come un bagno di luce prima del bagno nell’oceano.

Guardavo fuori dal finestrino e vedevo le poche persone a spasso immaginandomi che sarebbero andate tutte al mare come noi, ma invece, avevano un altro itinerario, non bello come il nostro e questo mi dispiaceva.

Dovevano essere tutti felici come me, di una felicità semplice e leggera, come un bacio inaspettato o un sorriso all’improvviso.

Passavamo attraverso strade con cani e gatti a zonzo. Pascoli con magnifici cavalli ieratici che aspettavano l’alba come noi.

Ogni tanto ripenso all’infanzia e, quando lo faccio, mi tornano in mente alcuni momenti felici, come questo. Se ci penso, il comune denominatore di questo stato di grazia, era mio padre, lui c’era in ogni singolo momento felice. Lui c’era sempre con i suoi principi, la sua onestà, la sua lealtà e soprattutto con i suoi larghi sorrisi rassicuranti.

Oggi guardo mio figlio Riccardo e vedo mio padre come sarebbe stato all’età di quindici anni.

Un animo puro da preservare e curare come una pietra preziosa. Questi viaggi mi sono serviti come una promessa di felicità futura. Guardavo l’orizzonte con ottimismo ed ero certa che la mia vita sarebbe sempre stata come quel viaggio verso quella spiaggia, la Praia do Sossego, la spiaggia della tranquillità. Da lì a poco avrei scoperto la mia attitudine alla ricerca della felicità. A questo ricordo, seguirà un’infanzia infelice, per via della malattia di mio padre. Perciò quei momenti felici erano per me un’isola incantata, dove rifugiarmi, nonostante ciò che sarebbe avvenuto dopo. Dentro l’autobus iniziava ad albeggiare. Il mio cuore batteva all’impazzata in prossimità del distretto di Camboinhas verso Piratingas. Finalmente, scendevamo e seguivamo le indicazioni dei cartelli. Dopo aver seguito il lungo sentiero, ecco svelarsi finalmente davanti ai nostri occhi il paradiso.

A piedi nudi, dopo aver lanciato per aria le mie hawaianas, correvo e saltellavo sprofondando i piedi, trattenuti dai milioni di granelli della sabbia dorata e fina, ancora fresca, quasi bagnata dalla rugiada notturna.

Mi spogliavo e, come in un parto, nascevo al contatto con l’aria fresca, mi sfilavo il vestitino dalla testa lanciandolo sul telo buttato per terra. Bisognava fare attenzione perché era una spiaggia libera, selvaggia, e quando il mare era agitato le correnti erano molto forti, altre volte il mare era tranquillo ed era un po’ come stare in piscina.

Mio padre, per due orette, spariva con Rodolfo con la sua rete da pesca rosa antico. Quell’odore di mare era così forte che mi ubriacava. Quei bagni a digiuno erano purificanti, erano così puri che pensavo tra me e me, che avrebbero potuto purificare ogni cosa, anche le anime dubbie. Ancora oggi mi emoziono e non è semplice imprimere su carta quelle sensazioni così forti e, direi, primordiali. Io facevo ciò che avrei sempre fatto in futuro: immergevo in acqua le mani a conca, riempiendole con l’acqua di mare, e le portavo fino alla bocca e al naso, l’annusavo e la bevevo. Volevo unirmi a lui, volevo essere mare. Non si poteva restare a lungo, il Sole sarebbe presto stato alto nel cielo, e mio padre doveva andare al lavoro presto. Mi infilavo il mio vestitino, i miei infradito. Così, pregni di acqua e di sale, ci incamminavamo sulla via di casa.

I miei capelli cristallizzati di sale colavano rigidi intorno alla faccia. Ero più simile a una medusa con dei serpenti spessi in testa che a una ragazzina di cinque anni. Aspettavamo l’autobus alla fermata, mentre mi facevo accarezzare dal vento pieno di umidità e di iodio. Ogni tanto non pescavano nulla, ed io ero felice per questo! Qualche pesce vivo in più nell’oceano e qualche pesce in meno da pulire!

Sull’autobus, la brezza asciugava i miei capelli induriti dal sale. Ogni tanto leccavo la mia mano per rivivere il mare. Solo una volta a casa, si faceva colazione. Aspettavo con entusiasmo quelle mattine speciali. Non facevamo subito la doccia, mio padre credeva che per avere maggior beneficio del bagno a mare, si doveva restare con la pelle salata il più a lungo possibile, ed io ero felice perché per alcune ore mi illudevo di stare al mare o di esser mare.

A chi potrei chiedere di essere ancora felice, per poter rivivere ancora una volta quelle sensazioni? A nessuno.

Sarà ancora possibile provare la freschezza dell’innocenza incorniciata dal rosso del Sole che albeggia?

Mai più.

Mai più.

Mai.

La fuga, il secondo racconto di Adriana Soares da leggere sotto l'ombrellone

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