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Outlet Italia, il Paese svenduto. Del made in c’è solo il ricordo

LA DENUNCIA. L’Eurispes presenta una singolare ricerca: come in vent’anni l’Italia ha creato brand industriali di altissimo livello e come li ha ceduti alle multinazionali. E’ la cronaca di una nazione di alto ingegno dove i big mondiali sono venuti a fare shopping di aziende tenendo per sé gli utili. La prima a cadere in “mani estere” fu la romanissima Algida: era il 1974. Da allora in poi ci siamo trasformati in un outlet. LA RICERCA

di Fabio Carosi

Mille primati costruiti con l’ingegno e il sudore della fronte e poi venduti alle multinazionali. Anzi, “svenduti” perché l’Istituto Eurispes si è preso la briga di realizzare una particolarissima “storia dell’impresa Italia”, ovvero, “Le eccellenze italiane in mano straniera”, uno shopping dissennato del brand made in Italy che trasforma il nostro Paese in un particolarissimo outlet dove chiunque viene dall’estero riesce a comperare a prezzi quasi di saldo.
I casi che hanno scosso l’Italia. Si parte dal 1974 con la romana Algida nata nel 1945 e ceduta nel 1974 alla anglo-olandese Unilever che negli anni ha fatto shopping selvaggio acquisendo la Sorbetteria Ranieri, la Riso Flora, la Bertolli e la Santa Rosa. Marchi che tutti ricordiamo come italiani ma che invece sono in mani estere. Chi pensa di mangiare i prodotti italiani delle Fattorie Osella si sbaglia. Sono del gigante americano Kraft Foods, così come la carne Simmenthal, i tortellini Fini, il caffé Splendid e i biscottini Saiwa.
Anche la svizzera Nestlé nel 1984 parte con i dadi da brodo Maggi prosegue con la Gragnanese, poi Buitoni, Perugina, Vismara e Sassi. Nel settore gelati via Motta, Cremeria Maxicono, Antica Gelateria del Corso e Alemagna.
IL BUSINESS DELLE MINERALI. Levissima, Panna, Recoaro, Pejo, San Bernardo e Claudia sono sotto il controllo Nestlé, mentre Sangemini- Ferrarelle con Fabia, Boario e Fonte di Nepi sono di proprietà della Bsn-Gervais-Danone.
CARAMELLE E BEVANDE. Erano italiane Sperlari, Dietorelle, Dietor e Galatine ma anche Martini&Rossi, Cinzano, Vecchia Romagna e Stock, quello che creava un’amtosfera così come il classico Gancia.
L’elenco è lunghissimo e transita per vini, aceti, latte e derivati, birre, yogurth, elettrodomestici, biciclette nautica, componentistica e motori. Per non parlare della moda.

Insomma, dal boom economico l’Italia ha creato di tutto, imponendolo nel mondo con il proprio brand e con la propria qualità. E’ la storia di un Paese in saldo che si è venduto tutto ciò che aveva di prezioso. Resta solo la Telecom cui destini sono sospesi. Sostiene l’Eurispes: “In vent’anni, un fenomeno che va visto e vede protagoniste in negativo le piccole e grandi imprese del Made in Italy. Di fatto le multinazionali straniere acquistano marchi italiani di prestigio e di grande valore, la realizzazione di prodotti di alta qualità con conseguenti benefici in termini di ricavi e di utili di bilancio. In particolare, sono 437 i passaggi di proprietà dall’Italia all’estero registrati dal 2008 al 2012, secondo le rilevazioni di Kpmg, mentre i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani. Tuttavia, la situazione a livello generale appare preoccupante. Infatti, se negli anni i protagonisti degli acquisti in Italia sono stati Francia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, in tempi recenti sono in crescita le operazioni di acquisizione da parte di paesi non occidentali come India e Cina, anche Giappone, Corea, Qatar, Turchia e Thailandia”. Si chiama declino inarrestabile.

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