Franco Panzironi, amministratore delegato di Ama durante la giunta dell’allora sindaco Gianni Alemanno, e’ “un indagato spregiudicato che mette al servizio dell’associazione criminale non solo la propria funzione, ma anche le proprie capacita’ di influenza sulle dinamiche politico/amministrative ed il proprio personale e stretto collegamento con il sindaco”.
Lo sottolinea il tribunale del riesame di Roma che ha motivato l’ordinanza con la quale ha confermato la custodia cautelare in carcere per associazione di stampo mafioso, corruzione e turbativa d’asta.
Per il collegio, presieduto da Bruno Azzolini, Panzironi e’ colui che “riceve elargizioni continue, quasi una sorta di retribuzione da parte del sodalizio (guidato dall’ex Nar, Massimo Carminati, ndr), quale compenso per il mercimonio della sua funzione e di quelle degli altri pubblici ufficiali che in Ama agivano sotto la sua direzione”. In sostanza, il materiale probatorio raccolto dalla procura nei confronti di Panzironi e’ tale da far ritenere che lui sia stato “un punto di riferimento fondamentale per Salvatore Buzzi (presidente della Cooperativa ’29 giugno’, ndr) per l’aggiudicazione di appalti in Ama e, comunque, per ogni problema che quest’ultimo ed il sodalizio da lui rappresentato ha nei confronti dell’amministrazione romana in materia di gare pubbliche, stanziamenti di bilancio per le aree di interesse ed i relativi pagamenti”.
“Panzironi – si legge nel provvedimento – e’ un amministratore esperto e navigato che per molti anni si colloca ai massimi livelli dell’amministrazione capitolina ed e’ perfettamente addentro ai piu’ reconditi meccanismi politico-burocratici attraverso i quali avvengono le aggiudicazioni degli appalti concernenti i servizi pubblici”. Dunque sarebbe “riduttivo ed erroneo vedere nel rapporto Buzzi/Panzironi soltanto la corruzione di un pubblico ufficiale da parte di un disinvolto imprenditore. Chi tratta con Buzzi (siano essi pubblici ufficiali o altri imprenditori) sa con chi ha a che fare. Panzironi sa perfettamente chi e che cosa Buzzi rappresenta e decide consapevolmente di agevolarne l’attivita’ acquisendo il proprio tornaconto attraverso il prezzo della corruzione”. Nello stesso provvedimento, il tribunale si sofferma a lungo sulla figura di Luca Odevaine, anche lui finito in carcere per associazione di stampo mafioso.
Per il collegio, Odevaine, che apparteneva al Tavolo per l’emergenza nomadi, “mostra di avere in spregio ogni principio di fedelta’ e buona amministrazione che dovrebbe condurre la sua opera”. Ha percepito denaro dal clan Carminati “in maniera continuativa” come “prezzo della propria opera di funzionario pubblico”. L’ex capo della polizia provinciale di Roma “non prova alcun senso di disagio per i propri comportamenti sconvenienti e riprovevoli che antepongono l’interesse personale e quello degli imprenditori che lo corrompono alle esigenze umanitarie che sono sottese alle decisioni che influenza per la propria funzione al Tavolo”.
