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Pd, c’è il “modello Roma”. Ma in cassa non c’è un euro

Cosa accade a Roma? Claudio Cerasa, brillante redattore, ha scritto che il centrosinistra si prepara alle primarie per evitare che Grillo vinca direttamente al primo turno. Verrebbe voglia di chiosare subito l’affermazione con un accenno alla probabilità che anche dopo le primarie i grandi nodi politici, riguardanti il programma e le alleanze, rimangano aggrovigliati. Senza iattanza, si deve far presente che il confronto tra i candidati è scivolato sul terreno della propaganda: ognuno ha utilizzato, in forme omeopatiche, dosi di cripto-berlusconismo principalmente allo scopo di accreditare se stesso come il miglior sindaco della Capitale. Agli annunci pre-elettorali corrispondono, in verità, aggravi di spesa che non lasciano intravedere le necessarie coperture di bilancio. In qualche caso, non mancano neppure promesse in ordine a possibili tagli alla tanto deprecata imposta sulla casa. Evidentemente si vuole esorcizzare la crisi.
Tuttavia, con questi approcci non si rende un buon servizio alla città: la crisi esiste e morde ai fianchi di famiglie, imprese e consumatori. Dove trovare le risorse per garantire i servizi, elevare la qualità della vita urbana, incrementare gli investimenti, sostenere lo sviluppo di una metropoli che scivola, gradualmente e inesorabilmente, nelle classifiche della competizione globale? A sinistra si pensa alla semplice restaurazione del “Modello Roma”. Riaffiora persino, qua e là, il mito delle giunte rosse non appena al cambiamento si cerchi di dare un profilo e una qualche ascendenza di nobiltà politica. È il passato che non torna, fatto per altro di abbondante spesa locale a totale o prevalentissimo carico dell’Erario. Oggi governare Roma è un’impresa da far tremare i polsi a chiunque.
Dopo la vittoria di Zingaretti e la sconfitta di Bersani, in un quadro di forze bloccate nella sterile logica della contrapposizione, ci si augurava che potesse emergere una diversa consapevolezza sulla necessità di rilanciare su basi più solide l’alleanza dei riformisti. Non si capisce per quale ragione, a dispetto di una forma pur labile di realismo politico, sia stata decretata la pura ripetizione di ciò che si potrebbe identificare come la formula dell’arrocco: Pd e Sel, con l’aggiunta di qualche satellite, si sono chiusi nel recinto delle proprie certezze e convenienze. Perché, viceversa, non si è aperto un discorso serio con l’indipendente Marchini? L’unico candidato che suscita interesse per l’esibita capacità di amalgamare in una nuova sintesi popolare le ansie di cambiamento, è stato respinto con degnazione e spirito di sufficienza.
Non significa nulla cadenzare il confronto sulla probabile incombenza del ballottaggio di metà giugno. Intanto, specie se attorno a Marchini si fa organica la convergenza di tanti cittadini ormai stanchi del vecchio bipolarismo tra destra e sinistra, la partita si gioca sulla competizione molto serrata tra scelte politico-programmatiche diverse. Roma ha bisogno di futuro. Questa è la sfida che Alemanno ha già perso e che i neo-frontisti, chiusi a sinistra, non sono in grado di affrontare con le armi spuntate della loro autoreferenzialità e inadeguatezza di proposta politica. La campagna elettorale non può sfuggire al dovere di farsi interpreti, ognuno con la propria identità, di risposte concrete alle sofferenze e al desiderio di novità di tanti nostri concittadini.


Lucio D’Ubaldo, portavoce nazionale dei Democratici Popolari (Area Monti)