Una spy story di provincia dove manca solo il sesso. Il fango c’è e in abbondanza. C’è un assessore dell’ex Giunta Polverini, l’allora capogruppo del Pdl alla Regione, quel Franco Battistoni la cui rimozione fece esplodere il caso di Franco Fiorito detto “batman” o “iu federale”, un paio di giornalisti di quotidiani locali e la lotta di potere nella corrente ex forza Italia e il bottino, consistente nel denaro che poteva affluire dalle casse della Regione Lazio sotto forma di pubblicità.

Nasce a Viterbo la vicenda che ha segnato l’inizio della caduta dell’impero di carta di Renata Polverini e che Tribunale vede la sua ennesima puntata. Lo scorso 18 luglio il pubblico ministero Massimiliano Siddi della Procura di Viterbo ha depositato l’atto con cui ha disposto la “conclusione delle indagini preliminari” nel procedimento che vedeva coinvolti Francesco Battistoni, Angela Birindelli e il giornalista del quotidiano locale l’Opinione, Paolo Gianlorenzo, nonché l’allora commissario dell’Arsial Erder Mazzocchi e un nutrito gruppo di personaggi locali, nonché l’allra sindaco di Viterbo, Giulio Marini, che all’epoca era anche deputato Pdl.
Tra intercettazioni, sms e articoli pubblicati, il quadro che emerge dal documento della Procura tratteggia un intreccio di ricatti e faide per il potere nella provincia e all’interno del Popolo delle Libertà, la cui esplosione costerà inizialmente la poltrona all’assessore Angela Birindelli e poi sarà l’innesco per il caso Fiorito e l’esplosione del centrodestra laziale culminato con la caduta della Giunta e la polverizzazione post elettorale.
Chi avesse voglia di sfogliare l’atto della Procura che Affaritaliani.it allega, scoprirà nelle parole del pm lo spaccato di un potere locale arrogante e cialtrone, finalizzato solo alla sopravvivenza di se stesso.
Nella storia di malapolitica e fanta giornalismo, spiccano alcuni messaggi spediti col telefonino: “E’ meglio morire di cancro che avere un nemico come me… e come mi capita l’occasione, se ti posso fare del male, ti farò del male”.. Il destinatario era Francesco Battistoni. A inviarli, secondo la procura, era Paolo Gianlorenzo, il giornalista indagato nell’inchiesta com ipotesi di reato che vanno dalla tentata estorsione alla detenzione abusiva di arma. Una campagna stampa “mirata” e “gravemente denigratoria”, scrivono gli inquirenti viterbesi. Di quegli articoli di giornale arroventati, Battistoni fu uno dei bersagli principali. Il nome dell’ex capogruppo regionale Pdl ricorreva spesso sia sulle pagine dell’Opinione di Viterbo, un tempo diretto da Gianlorenzo, che sul suo sito web. E a ricostruire la vicenda è TusciaWeb, quotidiano on line del viterbese.
Si legge ancora: Attacchi sui giornali che, insieme alle “reiterate minacce, prospettate da Gianlorenzo in tempi, contesti e con modalità diverse” avrebbero fatto parte di “un proposito criminoso convidiso, favorito e concordato” con l’ex assessore regionale Angela Birindelli, anche lei indagata.

C’è Battistoni alla base dell’accordo tra Birindelli e Gianlorenzo, ipotizzato dal pm Massimiliano Siddi. Per lei, l’obiettivo sarebbe stato “procurarsi il profitto costituito dall’accrescimento e/o dal consolidamento del proprio potere politico” nel Pdl. Lui, invece, voleva soldi. I soldi della Regione Lazio, che gli servivano per mandare avanti il suo giornale. Gli inquirenti parlano di “indebita percezione di fondi pubblici da parte dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio, con il proposito di indurre Battistoni ad astenersi dal prendere iniziative politiche e/o istituzionali per contrastare l’erogazione di tali fondi, con pari danno per l’amministrazione regionale”.
Secondo l’accusa, in cambio di articoli autocelebrativi e manganellate mediatiche a Battistoni, la Birindelli aveva promesso a Gianlorenzo 18mila euro con due determinazioni: una “a vantaggio della Alto Lazio News srl, editrice del quotidiano L’Opinione”. L’altra, di pochi mesi più tardi, con l’originario creditore “illegittimamente sostituito” a vantaggio della Cooperativa giornalisti e poligrafici, gestita da Gianlorenzo.
La logica dell’ex direttore dell’Opinione si rivela tanto manichea quanto semplice, nelle carte dell’inchiesta. Per lui, esistono amici o nemici. E i nemici vanno distrutti con la penna e coi dossier.
L’emblema di questa filosofia è la frase che il giornalista pronuncia durante una riunione di redazione registrata, nell’agosto 2011. Per Gianlorenzo, “Piero Camilli (sindaco di Grotte di Castro, ndr) è un bandito nostro nemico e se possiamo ammazzarlo, se qualcuno c’ha la possibilità di trovare qualcosa per ammazzarlo, portatemelo a me”.
In quella stessa riunione di redazione, il giornalista definisce anche Battistoni come “nostro nemico”, ma subito dopo aggiunge che “bisogna sta’ equilibrati perché ce po’ fa male, non possiamo prende i soldi delle pubblicità eventualmente dalla Regione”. A meno che non si trovi qualcosa per colpirlo. E Gianlorenzo lo trova nelle intercettazioni dell’inchiesta Asl. Battistoni non è indagato, ma Gianlorenzo tratta quei verbali come un’arma. Non serve pubblicarli. Non subito. Gli basta far sapere a Battistoni che può usarli quando vuole, per intimorirlo a dovere.
“Ti prego. Ti supplico. Ti imploro – gli scrive Gianlorenzo in un sms -. Chiama Genova (Manfredi Genova, editore dell’Opinione di Viterbo, ndr) e digli di non pubblicare le intercettazioni che riguardano te, Angelucci, il tuo amico Di Mario. Sono sconvolto al solo pensiero di poterle vedere riportare su un quotidiano. Saluti cari e grazie di quanto riuscirai a fare, Paolo”. E ancora avrebbe detto sempre a Battistoni: “Sarai contento che non sono più direttore… come ho già detto ad altri, a Ciarrapico e a Bonatesta, è meglio morire di cancro che avere un nemico come me… e come mi capita l’occasione, se ti posso fare del male ti farò del male”.

Un altro sms va all’allora direttore del Nuovo corriere viterbese: “La riconoscenza di aver trattato con i guanti bianchi il tuo “editore” è stata ripagata alla grande con una sfida che porterà sangue. Ho da scrivere molto sia su Angelucci che su Battistoni. Roba della Procura ovviamente…”.
Le intercettazioni di Battistoni nell’inchiesta Asl finiscono in un dossier confezionato ad arte e consegnato all’allora presidente della Regione Lazio Renata Polverini. “Per il tramite del di lei capo di gabinetto, Pietro Giovanni Zoroddu” Gianlorenzo le fa avere “un incarto che si era procurato grazie alla propria professione giornalistica, contenente trascrizioni di verbali di intercettazioni telefoniche relative a un procedimento penale in fase di indagini preliminari al quale lo stesso Battistoni era formalmente estraneo”.
