di Lucio D’Ubaldo
Nessuno ricorda Serafino Massoni, nome e gesta sono state inghiottite nel pubblico oblio. Una figura, la sua, che nulla dice alle cronache dei nostri giorni. Aveva un animo di giustiziere anarchico e combatteva, a modo tutto suo, quel nemico oscuro e tangibile che chiamiamo burocrazia. Nel 1963, dopo incursioni fuori orario negli uffici pubblici e falsificazioni di documenti, fu arrestato: aveva 23 anni e faceva il maestro elementare ad Ardea.
La Capitale scopriva dunque che la gioventù del rock and roll, prossima a sciogliersi nel mare tempestoso della contestazione del ’68, accoglieva tra le sue fila un timido e spericolato alfiere della ribellione contro la macchina amministrativa. Un giornale dell’epoca scriveva: “Per quattro mesi è stato il terrore degli uffici, il nemico delle scartoffie, l’incubo della burocrazia. Poi ha commesso un errore: ha tralasciato di distruggere completamente una fotografia, una sua fotografia. La polizia ci ha messo del tempo, ma non poteva non riuscire a scoprirlo. Così è finita: il fantomatico personaggio, che ha messo a soqquadro l’Anagrafe, l’Automobil Club, la delegazione comunale della Garbatella e la segreteria della Facoltà di Magistero, è stato identificato…” (L’Unità, 30 maggio 1963).
Va detto che in maniera spiccia si era accaparrato due patenti e due libretti universitari falsi; poi, a scanso di equivoci e per non lasciare tracce, eliminava le carte che trovava sui tavoli degli uffici. Timido sì, ma intimamente spavaldo, il 4 marzo annunciava con una telefonata anonima l’irruzione – questa la formula – del “nemico della burocrazia”. Alla fine gli è andata male. Rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa, ma presto dichiarato non affetto da seminfermità mentale, andò incontro il 16 settembre alla condanna di un anno, due mesi e due giorni, con il beneficio della condizionale. Tornava allora nel condominio di via Cristoforo Colombo, a casa, senza dare l’impressione di rompere la normalità di un ambiente che lo riconosceva da sempre come ragazzo silenzioso e garbato, anch’egli normale.
Dunque, è bene chiederci se Massoni debba essere lasciato nel buio di questa “damnatio memoriae” o essere riportato all’attenzione della società odierna . Forse la sua non è solo o tanto una storia bizzarra e ormai remota, quanto piuttosto la plastica raffigurazione di un istinto, mai controllato a sufficienza, che prende ciclicamente la mano a un’Italia inquieta, riottosa, anarcoide e corporativa. Tanti episodi indicano l’esistenza, infatti, di un diffuso “massonismo” nella vita democratica nazionale e fanno pensare, sul terreno della pubblica convivenza, alla fragilità delle nostre istituzioni. Questo, alla resa dei conti, è anche il terreno su cui alligna la mala pianta dell’antipolitica.
