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Processo rifiuti, sfilano i primi testimoni. Finanza e Noe: “La verità sul cdr di Albano”

MONNEZZASTORY. Secondo le indagini del pm Alberto Galanti le società di Cerroni avrebbero fatto pagare ai dieci Comuni dai quali riceveva i rifiuti, una tariffa più alta per lo smaltimento rispetto ai servizi erogati. Nuove udienze il 7 e il 15 gennaio

di Valentina Renzopaoli

Hanno sfilato i primi tre testimoni del mega processo sui rifiuti che vede imputati Manlio Cerroni insieme ad altre sei persone. Nell’ottava udienza e, a distanza di sei mesi dall’inizio, si entra dunque finalmente nel vivo con l’esame delle forze dell’ordine che hanno condotto le lunghissime indagini: il maresciallo Giovanni Lanuti della Guardia di Finanza che ha ricostruito il reticolo societario della galassia Cerroni e compiuto accertamenti di tipo bancario e patrimoniale; l’ex Comandante del Noe di Roma Pietro Rajola Pescarini che ha coordinato le operazioni dei Carabinieri del Nucleo Tutela Ambiente, e il maresciallo Alessandro Cangemi, uno dei sottufficiali che hanno effettuato le ispezioni. Si parte con il filone che riguarda il Cdr della discarica di Albano, di proprietà della Pontina Ambiente, società del gruppo Cerroni gestita da Giuseppe Sicignano, accusato di truffa e frode in pubbliche forniture. Secondo le indagini del pm Alberto Galanti la società avrebbe fatto pagare ai dieci Comuni dai quali riceveva i rifiuti, una tariffa più alta per lo smaltimento rispetto ai servizi erogati. Inoltre viene contestato il fatto che non sarebbe stata smaltita nel gassificatore la quantità di “cdr” stabilita.
“Le indagini sono iniziate a seguito di numerosi esposti arrivati che lamentavano l’innalzamento degli invasi quarto e quinto della discarica di Albano. Abbiamo avuto la delega ad approfondire la situazione dal dottor Giuseppe Travaglini, Sostituto Procuratore presso la Repubblica di Velletri”. Ha spiegato l’allora Comandante del Noe Rajola Pescarini, che ha autorizzato diverse ispezioni all’interno della discarica. I militari sono entrati nel cantiere il 4 e il 5 agosto, poi il 17 e il 23 settembre del 2012 per verificare i titoli autorizzativi e i limiti quantitativi autorizzati. E’ il maresciallo Alessandro Cangemi a rivelare che durante l’ultima ispezione “due delle quattro linee autorizzate dell’impianto di Tmb erano ferme, quelle dedicate ai metalli e alla raffinazione del cdr”.
E’ questa anomalia che fa scattare ulteriori indagini, in particolare sulle quantità di  combustile da rifiuti prodotto, il cosiddetto “cdr” appunto, la parte dei rifiuti separata dall’impianto di Tmb che, per le sue caratteristiche caloriche deve essere smaltito nei termovalorizzatori. Secondo l’informativa del Noe, dal 2006 al 2010 l’impianto di Albano avrebbe prodotto una quantità di cdr inferiore alle quote stabilite dai contratti, per un valore di 2 milioni e 300mila euro circa. Materiale che non sarebbe mai arrivato nel termovalorizzatore di Colleferro, quello che secondo il Piano dei Rifiuti della Regione Lazio avrebbe dovuto ricevere il cdr ma che, sempre secondo la testimonianza del maresciallo Cangemi, in quel mese di agosto del 2012 “era fermo perché in manutenzione”.
Si iniziano a tracciare, dunque, le primissime linee di quello che sarà un dibattimento lungo e complesso, per ora rinviato a dopo le vacanza di Natale. Prossime udienze il 7 e il 15 gennaio, nel frattempo i periti inizieranno le trascrizioni delle famose intercettazioni chieste dal pm.