di Patrizio J. Macci
Antonio Di Giovanni e Carmela Ferrara, giornalisti entrambi, hanno scelto come incipit narrativo del loro romanzo “Attimi paralleli – Una storia a due voci” Edizioni Psiconline presentato all’ultimo Salone del Libro di Torino, una fermata della linea ferroviaria Roma Lido, per i residenti nella Capitale soprannominata molto semplicemente il “Trenino”. E’ qui che Alex, avvocato con un matrimonio felicemente concluso alle spalle e figlia adolescente al seguito, imbocca la “sliding door” della sua vita, perdendo il treno e facendo la conoscenza di Loreley, giovane e affascinante medico in carriera, un cuore in inverno da scongelare, una donna rinchiusa nel tempio di se stessa.
Due personaggi “azzoppati” involontariamente dagli autori, che gli concedono l’amore ma privandole delle difese e delle sovrastrutture che impediscono di amare. E’ una partita a carte scoperte quella che viene offerta ai due protagonisti. I capitoli si susseguono alternando la narrazione in prima persona dell’uomo a quella della protagonista femminile. Il racconto è tempestato da attimi da acchiappare, che i personaggi spesso mancano clamorosamente, oppure interpretano in maniera negativa, generando svolte narrative tutt’altro che scontate fino ad arrivare al finale che merita una meditazione approfondita da parte del lettore.
La scelta di usare una tecnica di scrittura semplice e lineare è abbondantemente compensata da una trama narrativa in alcuni punti geniale: in un capitolo i personaggi stanno per invadere lo spazio della concorrenza, come nella “trilogia dei colori” di Kieslowski, ma poi vengono immediatamente cacciati nel solco della storia verso il loro posto. Segno che forse per gli autori, il destino è impossibile da cambiare e finisce per essere accettato esclusivamente come un fato maligno al quale soccombere tranne se… non ci si opponga seguendo l’imperativo-precetto del libro che qui non sveleremo ai potenziali lettori. Forte è la curiosità di capire quale dei due autori abbia scritto i capitoli di Alex e quale quelli di Loreley, se insomma esista veramente la possibilità di una scrittura orientata dal “sentire femminile” e di una “mano maschile”.
Certa è invece l’inesistenza e l’assurdità di uno degli oggetti inseriti nella narrazione: una lampada rosa a pallini neri. Gli autori per divertirsi, perfidi e cattivi, l’hanno inserito allo scopo di mettere in crisi un luogo comune attribuibile al personaggio Andrea. Un simile oggetto d’arredamento, infatti, non è mai stato avvistato neanche al museo degli orrori.

