“Prevenire è meglio che curare” recitava un noto slogan televisivo, rimasto impresso nella mente di tutti noi. Oggi, con l’allungamento dell’età media della vita, fare prevenzione assume una rilevanza ancora più sostanziale per ognuno. Ma che cosa vuol dire fare prevenzione? Andare dal medico a fare i controlli? Certamente! Ma prevenire vuol dire soprattutto individuare un potenziale pericolo e far si che la patologia non si manifesti. Affari Italiani ne ha parlato con il Dott. Gianluca Pazzaglia, specialista in diagnostica per immagini, che da più di vent’anni si occupa di prevenzione. Il 6 e 7 novembre all’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito della Prima conferenza di Oncologia Integrata organizzata dall’Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate e dall’ISS, Pazzaglia presenterà, infatti, il Pap Brest.

Di cosa si tratta?
“E’ un test di valutazione del rischio di sviluppo del tumore al seno. In base ai risultati, la paziente saprà se è più o meno alto il livello di rischio di sviluppare la malattia. Fino ad oggi tutte le indagini eseguibili, mammografia, ecografia, risonanza magnetica, o la più recente tomosintesi (una sorta di mammografia tridimensionale), guardavano al passato, ovvero il giorno delle indagini si faceva il punto di quanto era accaduto nel tempo intercorso dal precedente controllo e, se, si verificavano delle anomalie si iniziava la procedura standard per la cura del tumore. Da oggi si comincia a guardare al futuro. Potendo individuare prima se una donna è più o meno predisposta alla neoplasia, si riduce il rischio di ammalarsi”.
In Italia il test di valutazione del rischio di contrarre il tumore al seno è salito all’onore della cronaca dopo il caso di Angelina Jolie. L’attrice americana aveva dichiarato mesi fa alla stampa di essere portatrice di un gene ‘difettoso’, lo stesso che aveva la madre, stroncata da un tumore alle ovaie e, per evitare di contrarre lo stesso male, si è sottoposta ad una mastectomia preventiva, ovvero l’asportazione del seno. Ma è davvero l’unica soluzione?
“Ci sono diverse strade che si possono percorrere a seconda dei livelli di rischio. C’è una modalità di azione molto americana, che non credo prenderà piede in Italia, e riguarda i casi ad alto rischio: per evitare la formazione del tumore si asportano chirurgicamente i dotti principali. Questo percorso non ha senso per me, perché non abbiamo fatto una vera e propria diagnosi, ma solo una valutazione del rischio. Togliendo i dotti principali, inoltre, non riusciamo a togliere quelli periferici, dove la qualità cellulare è assolutamente identica.
C’è poi la strada della “sorveglianza diagnostica” con ecografie o mammografie, ma anche qui ci sono dei limiti molto forti, perché non possiamo stare tutti i giorni, tutti i mesi a fare controlli.
Un’altra via possibile è quella che viene chiamata chemio- prevenzione, che non ha nulla a che vedere con la chemioterapia, ma è una prevenzione farmacologica. Si possono utilizzare molecole già ben testate come il tamoxifene, o molecole molto promettenti come la metformina che è un farmaco usato dai diabetici, che permette di gestire meglio la glicemia e quindi l’assorbimento di zuccheri da parte delle cellule, riuscendo così a ridurre il rischio di sviluppar il tumore al seno.
La terapia, però, che mi sta più a cuore è il cambiamento degli stili di vita. Cambiare il modo di nutrirsi, cambiare l’attività fisica, ridurre lo stress, gestire meglio il proprio tempo e il sonno sono il miglior antidoto per chi scopre di essere un soggetto a rischio.”
Ma chi sono le donne che dovrebbero sottoporsi al Pap Breast?
E’ chiaro che la storia familiare è importante. Le pazienti che hanno un parente di primo grado con tumore al seno o alle ovaie hanno da 2 a 3 volte maggiore probabilità di sviluppare la malattia. In teoria, però, tutte le donne dovrebbero farlo.
