È la prima volta che un Governo, chiamato a intervenire su una questione di carattere locale e tuttavia con riflessi di ordine nazionale, avverte l’esigenza di esaltare la collaborazione con “i vertici locali e nazionali” di un partito. Il problema, in questo caso, attiene alla erogazione del salario accessorio dei dipendenti comunali di Roma. Che senso ha tirare in ballo la responsabilità del Partito democratico, magari con un monito esplicito e malizioso al Sindaco della Capitale? È un errore di sintassi politica e istituzionale.
È comunque positivo che la circolare interministeriale abbia interrotto, almeno per adesso, la sequela di minacce e reazioni. Cosa voglia dire, non è chiaro: a leggere il testo si ha solo l’impressione di un ibis redibis assai confuso: i nodi sono tutti da sciogliere. Da questo momento, archiviato lo spirito renziano della gestione extrasindacale o antisindacale dei temi del lavoro, si apre sul versante romano la classica trattativa tra parte pubblica (Governo e Comune) e organizzazioni rappresentative dei lavoratori. A ben vedere, il passo indietro di Ministri e sottosegretari è molto evidente.
Per parte sua, Marino è chiamato a fare ammenda delle sue troppe insicurezze e improvvisazioni. La delega al personale non poteva e non può essere affidata alla figura di un Vice-sindaco afflitto da sovraccarico di competenze. Se si è giunti al punto di massima tensione, con una protesta mai prima registrata sotto le finestre del Palazzo Senatorio, è dovuto in gran parte alla sciatteria e alla frettolosità di una gestione senza capo né coda delle relazioni sindacali. Quale sia, poi, la logica con la quale si ricorre a organismi ministeriali, non sempre solerti a capire le ragioni della Capitale, rimane un mistero che il Sindaco dovrebbe al più presto svelare. Non si avvede che in questo modo, a metà strada tra l’ingenuità e la malizia, proprio lui contribuisce a peggiorare le condizioni della governabilità?
È anche disdicevole la pratica dello scaricabarile sulle passate amministrazioni. Alemanno, ad esempio, ha rispettato i parametri fondamentali della spesa per il personale. Perciò suona quanto meno fastidioso che i funzionari del Mef abbiano puntato il dito accusatorio contro l’estensione del lavoro flessibile, di fatto necessaria a garantire l’apertura o la continuità dei servizi. L’autonomia locale va difesa senza eccessivi calcoli di convenienza, ove pure si voglia legare con malcelato spirito opportunistico la vicenda di Roma a tutto il quadro dei Comuni italiani.
Il rischio, infatti, è che la scarsa lucidità di approccio alla questione delle indennità accessorie comporti un improvviso stravolgimento della contrattazione decentrata; ma soprattutto favorisca la combinazione di fattori tra loro contraddittori, scivolando di fatto nell’autolesionismo qualora non fosse mantenuta la specificità della condizione in cui a Roma è maturata la vera o presunta distorsione dei criteri riguardanti l’incentivazione dell’efficienza e della produttività. In definitiva, senza pasticciare oltremodo, occorre riconoscere che la tanto deprecata sanatoria è l’unica risposta a un problema che tutti, in primis i sindacati, hanno interesse ad isolare dal campo di un possibile e pericoloso contagio nazionale.
Lucio D’Ubaldo
