di Fabio Carosi
Cronista di “razza”, sposato, padre di due figli. Dallo storico Il Giorno sino a diventare mezzobusto del Tg1 per poi salire a Bruxelles come capo delegazione al Parlamento Europe, spinto da 400 mila preferenze. Gli scommettitori lo danno in vantaggio sul chirurgo Ignazio Marino nella bizzarra corsa che ha organizzato il Pd romano per la ricerca disperata di una uomo da contrapporre al sindaco Alemanno e al candidato 5 Stelle. In ballo c’è il Campidoglio, ovvero il Comune della Capitale, il ministero in più e l’esame finale per la Destra di Governo.
Sassoli parla sottovoce e mena fendenti. In testa ha un pallino che l’antagonista Marino non può espiantare: superare la nomenklatura e “fare il Pd”, il vero partito democratico. Ha voluto le primarie aperte e le ha avute: a dispetto della burocrazia di stretto rito sovietico che ha ispirato il partito romano, potranno votare persino “quelli di destra” e chi alla fatidica data avrà compiuto almeno 16 anni. Insomma, per dire la propria anche da posizione terza, basterà versare 2 euro e si potrà scegliere.
Primarie o no, Sassoli pensa comunque da sindaco. In due mesi di campagna elettorale ante-primarie ha fatto una decina di volte avanti e indietro il Raccordo, con un ruolino di marcia che lo ha visto incontrare per 140 volte i romani: dai mercati ai centri anziani. A tutti ha ripetuto quasi ossessivamente: “A livello locale il Pd ha abdicato a una direzione politica”. E poi il ritornello: “Roma è una sfida italiana per l’Italia”. Tanto per far capire che la città Capitale non può fare la stessa fine del Governo nazionale, appeso ai saggi.
Come e forse più di Paolo Gentiloni, il candidato minor che sogna di tirare fuori la città dal pantano sociale ed economico con un progetto per il turusmo, Sassoli è indicato come il vero Renziano a Roma. A chi lo accusa di soffiare sul rinnovamento risponde: “Io voglio fare il Pd, un’esperienza che non deve avere paura dei delusi da Alemanno e che possa rappresentare la rabbia positiva di Grillo”.

Per capire a chi chiede il voto sintetizza: “Dobbiamo essere capaci di dialogare con tutti i partiti e le associazioni anche fuori dalla coalizione”. Per dare le misura del respiro del partito ha preso carta e penna e ha scritto ai tassisti, gli stessi che sostennero Alemanno prima e che poi aiutarono Renata Polverini a stappare la bottiglia di champagne. Ha parlato da “cliente a tassista”, chiedendo loro una mano e offrendo in cambio un business plain con tanto di agognate corsie preferenziali e una corsa al posto delle auto blu. Ha concluso chiedendo una mano. Uno stratega avrebbe inserito “la mossa” nel filone “porto la guerra in casa del nemico”.
E poiché ha iniziato a pensare dal sindaco dallo scorso ottobre, via ai Tavoli di lavoro, gruppi di lavoro, insomma gente che almeno studia la città da nord a sud, dal centro alla periferia e ora chiede il voto su 13 punti che poi sarebbero 12 + 1. Il primo è quello che dice che Roma così come è basta e avanza, non c’è bisogno di nuovo cemento, ma basta recuperare gli spazi. Magari è un segnale alla città dei poteri forti. Nella “sporca dozzina elettorale” c’è spazio per percorsi ciclabili (e non piste) da sottrarre alle auto, uno sguardo all’Europa e ai suoi fondi, l’assistenza domiciliare per i disabili, un sistema di reclutamento di manager a prova di incapace politicizzato e poi la sospensione della tassa sull’occupazione del suolo per chi mette a posto cortili e facciate dei palazzi, sino al registro delle Unioni civili, perché esiste un concetto che si chiama famiglia anagrafica. Ora, i 13 punti sono una bozza di lavoro, quello che invece è certo che la campagna elettorale da primo cittadino, sarà costellata da 30 delibere, una al giorno. Invece delle solite promesse, ogni volta che si alzerà il sole darà alle stampe una proposta di delibera, cioè un decisione operativa per cambiare, riformare, modificare. Sarebbe la prima volta di fronte al mare magnum delle chiacchiere elettorali.
Sassoli è anche uno scommettitore. Dà Alemanno perdente “perché non ha realizzato nessuna promessa ed è stato travolto dalla sua squadra di governo che lo ha trascinato nelle varie parentopoli. E poi perché non ha potuto dare seguito a nessuna delle immagini con cui ha vinto: sicurezza, degrado, urbanistica”. Per il Cinque Stelle due sole parole: “Grillo esprime la rabbia ma la città ha bisogno di governo e poi un sindaco entra sì in Campidoglio ,ma anche negli uffici e nelle case dei romani”.
E Marino? Le primarie? “Non ci si improvvisa senza aver lavorato sul territorio”. Passo e chiudo con tanto di manifesti che ricordano il cinema di Jan Fleming: “Il mio nome è David Sassoli”. E il soviet Pd che sente la terra tremare sotto i piedi reagisce impazzito perché un’attacchino ha scelto un muro al posto di una plancia regolare. Roba da vergognarsi per chi ha promesso alle precedenti elezioni “zero abusi” e poi ha incartato la città. Il solito stratega la definirebbe “una dimostrazione di grande debolezza”.
