Il ballottaggio delle elezioni amministrative finisce con un 3-3. Un pareggio che non scontenta nessuno, anzi aiuta, visto da entrambe le prospettive, a ritrovare fiducia. Al centrosinistra, però, manca lo spunto.
Amministrative, il centrosinistra vince ma non convince
Il governo Meloni, conti alla mano, tira un sospiro di sollievo: la coalizione regge e strappa anche qualche feudo al centrosinistra, dopo aver assorbito la sconfitta del referendum sulla riforma della giustizia. Dalle urne arriva una stampella anche per Elly Schlein e il Partito Democratico. Il centrosinistra non convince, ma porta a casa 8 sindaci su 18 capoluoghi, un bilancio che non certifica quella vittoria netta che era attesa al Nazareno ma comunque non è un risultato da gettare alle ortiche. In sostanza, le amministrative lasciano in eredità una certa competitività ma non il sorpasso, né, soprattutto, la leadership riconosciuta e riconoscibile alla segretaria dem che incassa una (parziale) fiducia e prosegue così la rincorsa circondata da un clima di attesa e curiosità più che di effettivo sostegno.
Schlein, il malessere del PD e quello dell’elettorato
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, però, il Partito Democratico continua a fare i conti con tensioni interne sempre più evidenti e con il malessere dell’elettorato. Negli ultimi mesi, hanno lasciato Annamaria Furlan, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e storica esponente dell’area riformista. I sostenitori di Schlein parlando di potatura di rami secchi, ma le uscite rappresentano comunque delle personalità che per anni hanno incarnato la cultura riformista dem. Quanto basta per interrogarsi su un possibile malessere dell’elettorato. Il vero vincitore continua a essere l’astensionismo ma senza la quota democratica il Pd rischia di perdere una fetta ampia di consensi. Rischio che non si può permettere di correre.
Campo largo senza leader e troppe correnti
L’unica certezza è che poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche, il campo progressista non ha ancora sciolto il nodo principale: ovvero il leader che deve rappresentarlo. La corsa si riduce a Elly Schlein e Giuseppe Conte, ma non è ancora stato tracciato il raggio su cui chiudere il cerchio, complice anche un programma con ben pochi punti in comune. Il vero nodo è la politica estera, ramo dove confluiscono e cozzano correnti assolutamente differenti. La linea atlantica ed europeista stride con chi guarda verso la Cina o Xi Jinping così come la riforma elettorale divide senza unire in un programma alternativo. E poi c’è il fronte economico: la proposta della patrimoniale suscita tanto applausi quanta perplessità, specialmente fra l’elettorato moderato. Se a sinistra non saranno in grado di sciogliere questi nodi, difficilmente si farà chiarezza. E con un programma opaco e senza un leader coerente e riconoscibile la corsa a Palazzo Chigi rischia di essere già in salita.

