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Se senti tuo figlio dire “ti ho moggato”, forse è il caso di preoccuparsi…

Dai social alla vita reale, il verbo “moggare” conquista Generazione Z e Alpha. Dietro il meme si nasconde però una cultura che premia dominio, apparenza e competizione estrema. Da insulto di nicchia a parola d’ordine dei social.

Se senti tuo figlio dire “ti ho moggato”, forse è il caso di preoccuparsi…

Ogni generazione inventa il proprio linguaggio. Quella di TikTok, però, sembra aver trasformato la competizione in un vocabolario. L’ultima parola che sta conquistando adolescenti e giovanissimi è “mogging”, termine nato negli angoli più controversi di internet e oggi utilizzato per indicare chi riesce a surclassare, umiliare o oscurare qualcun altro sul piano dell’aspetto fisico, del carisma o dello status sociale.

Se un tempo bastava essere “più bravo”, oggi bisogna “moggare”. In pratica non si vince soltanto: si domina. Il termine deriva da “AMOG”, acronimo di “Alpha Male Of the Group”, ed è nato all’interno della cosiddetta manosfera, quell’universo online popolato da teorie sulla mascolinità, gerarchie sociali e successo sentimentale.

Il culto della perfezione che arriva dal web

A spingere il fenomeno è soprattutto il movimento del “looksmaxxing”, secondo cui migliorare ossessivamente il proprio aspetto sarebbe la chiave per ottenere successo, relazioni e prestigio sociale. Tra i volti più noti di questa corrente c’è Braden Peters, influencer statunitense conosciuto online come “Clavicular”, diventato celebre per le sue pratiche estreme finalizzate a raggiungere un ideale di perfezione fisica.

In questo universo si parla di mascelle da scolpire, proporzioni da ottimizzare e persino tecniche discutibili per modificare il proprio volto. Un linguaggio che riduce spesso le persone a una classifica permanente, dove il valore individuale viene misurato quasi esclusivamente attraverso l’apparenza.

Quando il meme nasconde qualcosa di più serio

Come accade spesso sul web, il termine ha però superato le sue origini. Oggi “moggare” viene utilizzato anche in chiave ironica. C’è chi sostiene di aver “moggato” una statua, chi un collega, chi addirittura una montagna. La parola è diventata un meme e ha perso, almeno in parte, la sua carica ideologica. Gli esperti, tuttavia, invitano a non sottovalutare il fenomeno. Dietro la battuta si nasconde infatti una visione del mondo sempre più competitiva, in cui l’altro non è una persona con cui confrontarsi, ma un avversario da superare. Un modello che rischia di alimentare ansia, insicurezza e una continua ricerca di approvazione.

In fondo il vero paradosso del mogging è questo: nasce per dimostrare superiorità, ma finisce per trasformare tutti in concorrenti permanenti. E forse, nell’epoca dei follower e dei like, è proprio questa la sfida più difficile da vincere.