di Gianluca Arrighi *
Ci risiamo. L’Italia rimane un Paese di forcaioli, dove si ritiene che le sentenze “giuste” siano solamente quelle di condanna e che dietro ad una assoluzione vi siano sempre gravi errori dei giudici o, peggio, misteriose macchinazioni.
Nel processo di primo grado per la morte di Stefano Cucchi sono stati assolti gli infermieri e gli agenti di custodia, mentre i medici che ebbero in cura il ragazzo sono stati condannati per omicidio colposo a pene che vanno da un anno e quattro mesi a due anni di reclusione. Questa è la verità processuale che, in primo grado, ha cristallizzato la Corte d’assise di Roma.
Certo, può non piacere. Ci mancherebbe. E’ anche comprensibile che i familiari del povero Stefano parlino di sentenza ingiusta e di denegata giustizia. Chi perde un figlio o un fratello è emotivamente coinvolto nel processo, prova rabbia, dolore, disperazione. A chi soffre tutto deve essere concesso, o quasi.
Non è invece tollerabile, in un Paese che ama definirsi civile, che ad ogni sentenza di assoluzione segua il grido allo scandalo da parte dei cittadini e, cosa ancor più grave, da parte dei media. Gli infermieri e gli agenti di custodia sono stati assolti per non aver commesso il fatto e sembra che questo dato sia trascurabile rispetto alla gigantesca ingiustizia a cui sarebbe giunta la Corte d’assise nel ritenere che Stefano Cucchi sia morto per colpa medica.

I cinque medici condannati per omicidio colposo dovranno risarcire il papà e la mamma di Stefano con 100 mila euro a testa, la sorella Ilaria con 80 mila euro, mentre 20 mila euro ciascuno è la provvisionale stabilita dai giudici per i due nipotini di Stefano. I giudici, tra l’altro, seppur qualificando diversamente il reato, hanno accolto l’impostazione accusatoria dei pubblici ministeri di Roma che hanno sempre sostenuto che la morte del ragazzo sia avvenuta per l’incuria dei medici.
Francamente, non mi sembra una sentenza “scandalosa”. Inoltre, con ogni probabilità, la procura proporrà appello e quindi non è detto che, negli ulteriori gradi di giudizio, il veRdetto non possa essere ribaltato. E’ bene ricordare, qualora ce ne fosse bisogno, che le sentenze devono passare in giudicato affinché la verità processuale possa (e debba) darsi per definitivamente acquisita.
Ma torniamo agli imputati assolti, ossia gli infermieri e gli agenti penitenziari. Nessuno, ripeto, nessuno si è posto il problema del calvario giudiziario subito da questi uomini e queste donne, ritenuti mostri e assassini dall’opinione pubblica sin dall’inizio delle indagini. Ebbene la Corte d’assise ha stabilito che, invece, non sono nè mostri nè assassini.
Ma questa sentenza, emessa in seguito ad un regolare processo, proprio non piace. Ognuno ha il sacrosanto diritto di criticare le sentenze ma anche l’obbligo di rispettarle. E non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello fattuale.
Milioni di cittadini, con ogni probabilità, continueranno invece a pensare che le guardie penitenziarie e gli infermieri sino degli imputati colpevoli ingiustamente assolti. E tutto ciò non perchè questi milioni di cittadini abbiano avuto una cognizione diretta delle carte del processo oppure siano in possesso delle competenze tecnico giuridiche per esprimere valutazioni sull’operato dei magistrati, ma solamente perché televisioni e giornali hanno detto che è così.
* Avvocato penalista e scrittore
