Non è un congresso, ma è come se lo fosse. Anzi, poiché si svolge in pompa magna a Palazzo Montecitorio, mentre già fervono i preparativi dall’Assemblea congressuale (Milano, 6-8 novembre) dell’Anci, il convegno di stamane riveste un significato che inevitabilmente trascina con sé dubbi e interrogativi.
A firmare l’invito è Laura Boldrini. Il titolo scelto suona come un appello alla mobilitazione anti-crisi: “Idee per il futuro del Paese”. Fassino, Presidente da un anno e più dell’Associazione che riunisce sindaci e amministratori locali, sembra così anticipare volutamente il dibattito milanese attraverso un confronto “a specchio” tra sindaci e deputati, in un rigoroso e ben meditato equilibrio politico. Colpisce l’assenza di Marino, ma il gioco di società più accreditato consiste da tempo nel prendere le distanze dal Sindaco di Roma.
Non poteva mancare invece la diretta Rai, a riprova di quanta cura è stata messa nella preparazione dell’evento. Ma perché questa sorta di pre-congresso? Difficile capirlo, ancor più spiegarlo. Certamente Fassino è uomo di grande esperienza, non può ignorare il fatto che l’iniziativa, a ridosso dell’assise che chiamerà a raccolta i delegati eletti dagli amministratori locali nelle assemblee delle Anci regionali, desti qualche meraviglia. Infatti non era mai accaduto prima che un congresso di partito, movimento o associazione fosse anticipato di poche settimane – e perciò sostanzialmente impoverito – da un incontro pubblico caricato di tanta simbologia politica ed enfasi istituzionale.
In ogni caso, a dispetto delle intenzioni, quello di Montecitorio sembra un incontro “en famille”: basti osservare che le conclusioni risultano affidate da programma al Sottosegretario di Palazzo Chigi, Graziano Delrio, immediato predecessore di Fassino al vertice dell’Anci. A parte l’aspetto agrodolce della scelta, in questo modo si perpetua emblematicamente la linea che ha portato a sostituire nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica il Ministero dell’Interno nella funzione di cerniera tra Stato e poteri locali. L’unico risultato è che la regolazione del sistema – dalla finanza e fiscalità, all’organizzazione amministrativa locale – è passata nelle mani del Ministero dell’Economia. Alfano dovrebbe preoccuparsi di tale riduzione del Viminale a semplice Ministero di polizia: se non lo fa, malgrado le crepe di un ordinamento che sminuisce la libertà e il ruolo attivo dei Comuni, è perché la competizione tra destra e sinistra attorno alla questione del federalismo ha oscurato nel ventennio appena trascorso il volto dell’autentica cultura delle autonomie.
Renzi e altri sindaci sono andati al governo del Paese. Tuttavia le idee di cambiamento, temprate al fuoco delle responsabilità municipali, scontano un tasso troppo alto di improvvisazione. Anche l’Anci cambia verso, ma non necessariamente in meglio. Organizza l’incontro con i deputati e trascura il contributo dei senatori: eppure, stando al nuovo bicameralismo previsto dalla riforma costituzionale, spetta al Senato assolvere alla funzione di Camera delle Autonomie. Si tratta di una svista? C’è da augurarsi che l’invito della Boldrini corrisponda alla esigenza di raccogliere, ai fini dell’avviata seconda lettura a Montecitorio, elementi utili alla correzione di un testo di riforma assai poco convincente. Finora, però, i Sindaci hanno taciuto: per loro, evidentemente, il patto del Nazareno si è fatto carne. A Milano servirebbe uno scossone.
Cristian Coriolano

