di Lucio D’Ubaldo
È stato un errore, per giunta prevedibile e più ancora scongiurabile. Anche la Tasi? verrebbe da dire con spontanea irritazione. A Roma il gettito non è stato quantificato perché mancano previsioni attendibili. Sul piano nazionale, le ipotesi più attendibili parlano di quarto o cinque miliardi. L’Imu dovrebbe valere all’incirca 20 miliardi.
Il processo che ha portato a introdurre una nuova tassa, determinata in base a parametri immobiliari e destinata a finanziare i servizi indivisibili a livello comunale, in effetti poteva essere bloccato. Invece da sinistra e da destra, lasciando in minoranza poche voci di dissenso, si è fatto di tutto per aggrovigliare ulteriormente i nodi già abbastanza intricati della fiscalità territoriale. Per giunta, a riprova della confusione che regna sovrana, anche i sindaci hanno accettato supinamente questa ennesima operazione “a cuore aperto” sulla legislazione degli enti locali.
La denominazione vezzosa dell’imposta, quasi che la leggerezza fonetica di Tasi equivalga a una sorta di richiamo gentile nella foresta dei tributi, fatica in realtà ad alleviare il senso di fastidio dei contribuenti. All’origine, chi perché leghista da sempre e chi perché allusivamente voleva diventarlo per ragioni elettorali, si è dato fiato alle trombe del cambiamento come promessa di semplificazione e maggiore equità in rapporto alla struttura complessiva della imposizione locale. Qualcuno ricorderà che si trattava di disegnare un’unica imposta sugli immobili da destinare al puntellamento decisivo delle entrate comunali. Il risultato è ben diverso, vista la difficoltà in cui versano le finanze degli enti locali e l’appesantimento del l’onere tributario a carico dei cittadini.
La Tasi arriva quando alle belle parole subentra la crudezza dei numeri: bisognava coprire il mancato introito dell’Imu sulla prima casa. Allora, invece di ricomporre questo dato nel quadro della tanto declamata razionalizzazione, alla consolidata imposta sugli immobili si è aggiunta la nuova tassa sui servizi. Con ciò si è solo ottenuto, in contrasto con le scelte del passato, di estendere agli inquilini parte del carico fiscale. Mentre l’Imu spetta ai soli proprietari, anche i locatari, come è noto, devono pagare la Tasi. Senza esserne avvertiti, si è dato vita a un sistema tributario locale che ricalca il modello – a lungo definito sciagurato – della Poll Tax voluta negli anni Ottanta dalla signora Thatcher in Gran Bretagna.
A tutto questo si sovrappone la gravità di due atti assolutamente deprecabili: lo spostamento a settembre (cosa mai avvenuta dall’avvento della Repubblica) del termine di approvazione dei bilanci preventivi dei comuni e quindi il pagamento di tutt’e due le rate della Tasi nell’arco degli ultimi tre mesi dell’anno (con in più il versamento della seconda rata dell’Imu). Ingorgo di scadenze e senso di vessazione segnano da qui a fine anno il percorso degli adempimenti a carico dei contribuenti, specie di quelli onesti, ovvero non dediti a pratiche elusive o peggio evasive.
Non è una bella prospettiva

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L’INTERVENTO. Il processo che ha portato a introdurre una nuova tassa, determinata in base a parametri immobiliari e destinata a finanziare i servizi indivisibili a livello comunale, in effetti poteva essere bloccato
