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Turisti depredati, raffica di arresti. Sgominata la banda di “Porta Portese”

Smartphone, tablet e macchine fotografiche: tutto veniva rivenduto al mercato rionale dai ricettatori o spedito all’estero: un giro d’affari da oltre 60 mila euro al mese. Nel mirino dei Carabinieri una banda di ricettatori e basisti romeni e nordafricani

Centoquaranta telefoni di ultima generazione rubati sono stati sequestrati mentre in parte stavano per essere mandati in Marocco tramite un corriere e in parte esposti alla vendita durante il mercato domenicale di “Porta Portese”. Nel bottino recuperato dai Carabinieri anche 5 computer portatili e 6 macchine fotografiche sempre provento dei borseggiatori che avevano preso di mira i turisti in visita alla Capitale.
I Carabinieri della Compagnia Roma Centro, a conclusione di una complessa attività d’indagine, hanno arrestato 18 persone per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di borseggi, ricettazione e riciclaggio, con l’aggravante della transnazionalità. L’ordinanza è stata emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Massimo Di Lauro, ha accolto le richieste avanzate dal Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia nell’ambito dell’indagine denominata “Apple”.
Le attività investigative condotte fin dal febbraio del 2013, sono partite da un’attenta analisi delle denunce di borseggio sporte presso le Stazioni Carabinieri del centro  di Roma e delle centinaia di arresti in flagranza effettuati nel corso dell’anno dalle pattuglie dell’Arma in servizio all’interno della metropolitana e dei mezzi pubblici di linea. Dall’incrocio dei dati è subito balzato agli occhi degli investigatori del Nucleo Operativo, l’elevato numero di furti di telefoni cellulari di ultima generazione commesso perlopiù in danno dei turisti in vacanza nella Capitale.

Gli investigatori hanno messo in luce un vero e proprio sodalizio criminale in cui borseggiatori, per la maggior parte di nazionalità rumena o sud americana, e ricettatori, tutti nord africani, si erano associati tra di loro al fine di gestire il giro d’affari legato all’attività illegale.  
Le indagini hanno consentito di accertare che gli associati avevano creato un vero e proprio “sistema d’allarme telefonico” in cui ogni borseggiatore o ricettatore a lavoro si premurava di informare tutti gli altri associati della presenza di pattuglie delle forze di polizia all’interno della metropolitana o dei mezzi pubblici indicando addirittura il reparto di provenienza ed in alcuni casi  i nomi dei militari in servizio.  
Tutti i borseggiatori una volta in possesso della refurtiva si portavano verso Piazzale Flaminio o in alcuni casi a Piazza Vittorio Emanuele dove i ricettatori li attendevano per recuperare i telefoni di ultima generazione, tablet, macchine fotografiche o pc portatili. Gli investigatori sono poi riusciti a risalire ad un esperto informatico, italiano, che per conto dell’associazione si preoccupava di acquisire su internet i codici di sblocco dei telefoni che consentono di eliminare gli stessi dalle “black-list” delle compagnie telefoniche e della case di produzione, ostacolando in tal modo l’identificazione della provenienza e garantendo la possibilità di rivendere la refurtiva che, in parte, veniva commercializzata durante al mercato di “Porta Portese”, e, per il resto, veniva spedita nei paesi del Nord Africa.

Il giro d’affari generato dall’attività illecita si attestava mediamente intorno ai 60.000 Euro mensili, considerando gli associati riuscivano a spedire all’estero circa 150 telefoni cellulari di ultima generazione, per un prezzo medio  di 300-400 Euro cadauno.