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Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti

Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti
Un ritratto del bluesman attraverso i ricordi di Guido Bellachioma con cui aveva percorso parte della sua favolosa carriera in musica. Dal primo incontro al liceo Malpighi, agli ultimi caffè presi insieme in un bar di Porta Portese. Talmente convinto di se stesso e delle sue canzoni da risultare autolesionista nella realizzazioni: “Ascoltava solo se stesso, era al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza”. LA GALLERY
Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti
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Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti
Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti
Un orso blues, sornionamente romano. L’anima malinconica di Roberto Ciotti

Alle 4 del 31 dicembre è morto Roberto Ciotti, persona ruvida nel suo modo di essere ma, anche per questo, estremamente vera, oltre che artista e chitarrista non solo blues. L’ho conosciuto alla fine degli anni 60, 14 anni io, 16 lui. Andavamo nella stessa scuola, il liceo scientifico Marcello Malpighi di Roma. Io molto comunista, lui molto “freakkettone”.
La prima volta che lo sentii suonare fu nel 1970, durante un festival pop nella nostra scuola, quando militava nell’Harp Blues Band, gruppo il cui repertorio pescava anche brani nel blues revival britannico: Savoy Brown di Kim Simmonds, Bluesbreakers di John Mayall, Ten Years After di Alvin Lee. Rimasi fulminato dallo stile aggressivo e dalla presenza di questo ragazzetto dai lunghi capelli e silenzioso, allora magrissimo, ma che faceva parlare la sua chitarra come pochi altri. La sua versione di “Me And My Baby”, proprio dei Ten Years After, cover praticamente in diretta dallo splendido “Cricklewood Green”, inciso pochi mesi prima, mi si stampò a fuoco nella testa e nel cuore. Pensai “questo non può che diventare un grande”.
Negli anni ’70 e ’80 si divertì con la sua musica e in giro con altri artisti: Alan Sorrenti, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Blue Morning, Ginger Baker dei Cream, i due dischi per la Cramps, i concerti prima di Bob Marley, i viaggi fino a Marrakesh grazie alle colonne sonore dei film di Salvatores, la sbornia del successo nel 1989 con “No More Blue”, il suo brano più conosciuto, che riusciva a far sembrare normale che il blues potesse essere così maledettamente mediterraneo e melodico. Una ballata che ti spaccava il cuore in mille frammenti.
Per tanti anni ci siamo incrociati raramente in questa Roma frettolosa, anche musicalmente, città a cui lui era particolarmente legato: le origini a Garbatella, il padre lavoratore all’Italgas sulla via Ostiense. Andava sulle strade del mondo ma era troppo sornionamente romano per non sentire il peso dell’assenza dalla sua città.

ciotti
 

Nel 2006 ci siamo riavvicinati e abbiamo fatto due dischi insieme, “My Blues” nel 2008 e “Troubles & Dreams” nel 2010, dove riuscii a convincerlo a non usare solo la Fender Stratocaster del ’62 e la fedele acustica Martin D 421 del ‘70 che aveva contraddistinto i suoi lavori precedenti: pensavo fosse giusto riscoprire il suo essere chitarrista, che secondo me teneva troppo nascosto, così sistemò il ponte della sua Gibson 335 del ’64, tirò fuori il Dobro, ormai impolverato per la lunga assenza dalla sua musica, e persino la Gibson J45, splendida acustica dal suono nero. Gli parlavo che volevo contattare due chitarristi con cui avevo buoni contatti per includerli nel disco, Derek Trucks e Buddy Whittington e lui, serafico, davanti a un buon caffè in uno dei bar vicino casa sua a Porta Portese: “Vabbè, però je dico come devono suonare, magari je scrivo le parti, poi ascoltiamo quello che fanno e se ce piace lo usamo”. Voleva dire a Trucks e Whittington, due che suonavano col mondo intero, quello che dovevano fare: così era Roberto, talmente convinto di se stesso e delle sue canzoni da risultare autolesionista nella realizzazione, ascoltava solo se stesso, era al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza.
Fiero come un orso, un orso blues, ma, anche se pacioso, sempre orso. In quel disco c’è una canzone reggae, molto solare, intitolata “Hot Summer”… appena sentita gli dico: “Robbe’, questa nun la sonà cor gruppo tuo, famola davvero reggae… telefono a Giulio di Radici del Cemento e incidiamola con loro… la tua chitarra blues in un sound reggae”. Stranamente l’idea gli piace e il gruppo delle Radici si dimostra entusiasta di fare questo brano con il “Maestro”, come mi dice Giulio al telefono, parliamo anche di presentare il brano dal vivo insieme, magari a Villa Ada dove loro hanno già il concerto fissato per l’estate. Ci vediamo in cantina dove loro provano a Testaccio e dopo qualche giorno mi mandano il provino. Fico, penso io… peccato che Roberto nel frattempo avesse già cambiato idea: “No, mejo de no, snaturebbe il mio suono”. Peccato, sono convinto che “Troubles and Dreams” poteva essere il disco più bello di Roberto. Canzoni meno canzoni, con un suono più chitarristico che avrebbe valorizzato la sua straordinaria anima, selvaggia e malinconica al tempo stesso.

Guido Bellachioma