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Roma

di Patrizio J. Macci

Un cortocircuito, una molestia scherzosa che viaggia sui virtuali fili del telefono cellulare che riesce a raggiungere Giorgio Manacorda a Villa Ada alle sette del mattino, mentre corre per mantenersi in forma in una mattina romana fino a quel momento esente da eventi inaspettati. L'aver dimenticato di spegnere il telefono si rivela un errore fatale e un dono inaspettato per il lettore.
È il libretto "Pasolini a Villa Ada", pubblicato da Voland editore e scritto da Giorgio Manacorda, a narrare gli eventi che si scatenano in seguito.

L'autore della telefonata è Renzo Paris, il pretesto per la tentata intervista-molestia in formato gsm è un articolo uscito sulle pagine di un quotidiano di una lettera dove viene ricordato l'incontro del "corridore" con Pier Paolo Pasolini nel 1963, quando  Manacorda aveva poco più di vent'anni. In quel momento Pasolini ha da poco superato i "quaranta" ma è già un gigante, un monumento in vita nel panorama degli intellettuali italiani. Ha scritto il romanzo "Ragazzi di vita" e i versi de "Le ceneri di Gramsci", per il cinema ha firmato e diretto "Accattone" e "Mamma Roma". Ignora di avere davanti solamente poco più di dieci anni di vita, ricostruita post mortem come meglio non si potrebbe da Walter Siti, l'opera omnia dei suoi scritti raggiungerà la cifra di oltre diecimila pagine. Manacorda è un giovane poeta esordiente, che nei primi Anni Sessanta come Dario Bellezza e altri nomi destinati a restare sulla pagina delle antologie, si reca in pellegrinaggio nella casa di dell'Eur di Pasolini a Via Eufrate alla ricerca di una critca che lo possa illuminare sul proprio destino di poeta. Manacorda ricorda durante la telefonata come abbia sempre opposto un netto rifiuto alla possibilità di scrivere un volume con il suo Pasolini scolpito a uso e consumo dei media, ma si è battuto per conservare il ricordo dell'amicizia con il Maestro come una gemma preziosa all'interno dello scrigno dei ricordi più amati. Manacorda ne avrebbe parecchi di eventi da raccontare, che sbozzano alla perfezione luoghi e persone vicine al poeta friulano in quegli anni romani dolci ma crudeli. Uno fra tutti l'intervento propiziatorio nella scelta del Cristo de "Il Vangelo Secondo Matteo", il giovane e poco conosciuto Enrique Irazoqui. Il battibecco telefonico ne resuscita alcuni gustosissimi che non racconteremo con dovizia di particolari.
Il racconto scivola nella nostalgia della mancanza, Pasolini a Sabaudia oppure a Chia nella campagna del viterbese fotografato davanti alla grande vetrata nella torre dello studio dove avrebbe voluto essere sepolto, come un faraone. Affiora il sentimento della mancanza, di qualcosa che è passato e proprio perché interrotto da una fine misteriosa e violenta è confinato alle parole e alla loro forza. Chiudono il volume le poesie che l'autore scrisse per Pasolini nel 1963. Al lettore curioso rimane la ricerca della lettera che ha innescato la nascita del libro, sapientemente nascosta nella narrazione e mai esibita integralmente. Pasolini ci ha lasciato ancora qualcosa da scoprire.

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giorgio manacordapasolini a villa adapier paolo pasolini
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