Le profonde difficoltà del Paese stanno riducendo i margini della politica spettacolo. A Roma cresce di giorno in giorno la consapevolezza che le piccole e grandi emergenze – dal blocco degli investimenti alle pessime condizioni delle strade – impongono una concentrazione di sforzi per vincere il senso collettivo di depressione e impotenza. È quindi apprezzabile che una discussione sempre spigolosa come quella riguardante l’istituzione del registro delle Unioni Civili perda il carattere di sfida ideologica, anche fuori da un quadro di razionalità. Sembra di cogliere, almeno, la volontà di non esasperare il confronto su una questione che solo l’intervento del legislatore statale può inquadrare in termini corretti. A che serve forzare la mano, anche manipolando le norme del servizio d’anagrafe, quando la conclusione cui si perviene in sede amministrativa locale è povera di concreto significato giuridico per le persone interessate?
Vale la pena segnalare in proposito il fatto che il Consiglio del Municipio I – Roma Centro ieri ha stralciato l’ipotesi di procedere, al contrario invece di altri Municipi, alla istituzione del registro. È una novità importante, che sarebbe ingeneroso iscrivere nel capitolo delle consuete oscillazioni della politica capitolina. Precisamente, la mozione approvata a larga maggioranza si limita a sollecitare l’Assemblea di Roma Capitale affinché venga presto inserita nel calendario dei lavori la specifica delibera già approvata in commissione consiliare. In particolare, nelle considerazioni che accompagnano il dispositivo finale, si riconosce a chiare lettere l’opportunità di una verifica preventiva circa la legittimità di una soluzione che al momento è priva di copertura legislativa. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un’affermazione impegnativa.
Chissà per quale motivo ancora non è stata richiesto formalmente un parere tecnico al Segretariato generale o all’Avvocatura capitolina: la stessa proposta di delibera comunale, quando rivendica al Comune lo spazio di regolamentazione in questa materia, lo fa con l’esplicita preoccupazione di rimanere “nell’ambito dei principi e delle regole fissate dalla legislazione statale e per le finalità ad esso (Comune) assegnate dall’ordinamento”. I margini appaiono in verità assai modesti, per non dire inesistenti. D’altra parte, l’ipotesi di regolamentazione comunale implica un salto nel buio laddove si ipotizza in maniera fantasiosa che sul terreno della mera registrazione delle “famiglie anagrafiche” possa impiantarsi la configurazione giuridica della Unione Civile quale “rapporto di reciproca assistenza morale e materiale tra due persone maggiorenni, dello stesso sesso o di diverso sesso” (articolo 1 comma 1.1 della Proposta di iniziativa consiliare). È del tutto evidente che un regolamento comunale non può fondare il necessario sistema di diritti e doveri connesso alla fattispecie di un “rapporto di reciproca assistenza morale e materiale”. Ecco perché occorre la mano del legislatore statale, ecco perché il tentativo di fabbricare improbabili registri per le coppie di fatto rivela la sua obiettiva inconsistenza giuridica.
Stavolta, dunque, il Municipio che rappresenta il cuore della città ha fornito, al di là di un’enfasi ancora propagandistica, lo spunto per una presa di distanza da una politica di annunci e fughe in avanti: infatti questo rallenta e persino complica, ai fini del riconoscimento delle cosiddette “nuove famiglie”, la ricerca in Parlamento di una soluzione equilibrata e pragmatica.
Lucio D’Ubaldo
