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Roma
Uno ad uno i cento delitti di Roma Ecco il "lato macabro" dei lettori

di Patrizio J. Macci

Cento delitti avvenuti nella Capitale dalle sue origini (letteralmente, perché si parte dall'Antichità con Romolo e Remo), fino al delitto dell'Eur avvenuto nell'estate 2014 in quella che è passata alla storia della cronaca cittadina come una torrida e sanguinosa giornata di ordinaria follia tra le silenziose ville dell'Eur. Squadernati in un unico tomo.
Un lungo filo color rosso sangue srotolato in una narrazione asciutta e essenziale dalla cronista Flaminia Savelli nel volume "I 100 Delitti di Roma" (Newton Compton editore). Un volume praticamente perfetto dal punto di vista editoriale, perché oltre ad avere l'indice analitico di tutti i nomi citati l'autrice ha elencato in odine rigorosamente alfabetico una filmografia di pellicole che si riferiscono a parecchi dei casi narrati. Una bibliografia completa ed esaustiva integra l'opera fornendo tutti gli strumenti per andare oltre; nonostante il volume si snodi per oltre 500 pagine, il racconto del singolo caso si riduce all'essenziale, alla cronaca dell'evento senza orpelli interpretativi.
Un lavoro da cronista lucida e consapevole. Spaziando nei delitti che i romani sentono più vicini alle loro pietre, si trova quello di Targhini e Montanari che l'autrice sceglie di accogliere con un guizzo innovativo, probabilmente come un delitto contro la giustizia e il "senso comune" o forse perché magistralmente raccontato in una pellicola cimematografica da Luigi Magni. Alla sezione "delitti del Novecento" non sfugge la figura di Gino Girolimoni, tentativo all'ombra del Regime fascista di sbattere un mostro in prima pagina con tutte le forze per placare l'opinione pubblica affamata. Gli ingredienti ci sono tutti: la stampa eterodiretta, testimoni-mitomani che si vendono per avere una ricompensa oppure una foto slavata in prima pagina, il mostro poi rivelatosi completamente innocente utilizzato come arma di distrazione di massa. Un dramma giudiziario destinato a ripetersi nel tempo. Nel capitolo i "Delitti del dopoguerra" spicca quello della Banda Casaroli, rapinatori sanguinari figli del conflitto con la sete dell'avventura e la fame del riscatto; formano un sodalizio criminale perché non ne possono più della povertà dopo aver tirato a sorte con una scatola di cerini se diventare cittadini onesti o rapinatori.
Il clou del volume è il racconto del delitto che anticipa e battezza la Dolce Vita: il delitto Montesi a tutt'oggi irrisolto e destinato a fungere da spartiacque. La Capitale sta per diventare un set cinematografico, la torta appetitosa sulla quale tutte le api vogliono posarsi, ma una rimane intrappolata in maniera fatale. Si chiama Wilma Montesi e il suo cadavere rinvenuto sul lungomare di Torvajanica farà vacillare un governo e scoperchierà un restoscena di falsi nobili, "balletti rosa", paradisi artificiali e attricette svampite. Il processo che ne segue (il compositore Piero Piccioni, figlio di un ministro in carica, si ritroverà nell'occhio del ciclone) vede come testimone tra il pubblico un nome eccellente, Giulio Andreotti interessatissimo agli schizzi di fango che possono arrivare alla sua Democrazia Cristiana. A questo punto si arriva ai nomi che evocano terrore nell'immaginario collettivo, quelli che alcuni testimoni ancora raccontano: Fenaroli, Wanninger, Bebawi, Casati Stampa, Pasolini, Emanuela Orlandi. La Banda della Magliana, in grado di superare da sola per intensità e ferocia la fama di tutti gli altri delitti messi insieme comincia ad operare. Le loro imprese criminali continuano a tenere banco fino ad oggi nonostante tutto, passando incessantemente dalla memoria orale alla finzione della realtà cinematografica.

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