Trentasei anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni, il racconto della sorella Paola riporta alla luce dettagli mai chiariti: tracce scomparse, presenze senza nome e una frase pronunciata nel cortile che ancora oggi suona come un avvertimento.
Era il 7 agosto 1990 quando Simonetta Cesaroni, vent’anni, venne trovata morta negli uffici dove lavorava alcune ore alla settimana. Da allora sono passati processi, assoluzioni, nuove indagini e piste finite nel nulla. Ma alcune immagini di quella notte continuano a riaffiorare. La sorella Paola le ha raccolte nel libro In nome della verità, scritto con Igor Patruno (Piemme). Non una sentenza alternativa, ma il racconto di ciò che vide e di ciò che, ancora oggi, non riesce a spiegare.
Un uomo senza nome nel cortile
Tra i ricordi più disturbanti ce n’è uno rimasto ai margini dell’inchiesta. Mentre il palazzo di via Poma si riempiva di poliziotti, familiari e curiosi, un giovane con capelli scuri e occhiali si sarebbe avvicinato a Paola e al fidanzato. Sembrava appartenere all’apparato investigativo. Poi pronunciò poche parole: «Il peggio deve ancora venire».
Una frase che, riletta oggi, sembra uscita da un romanzo nero. Secondo il racconto di Paola, in Questura nessuno seppe darle un nome.
Quelle tracce dietro la porta
C’è poi la stanza dove Simonetta venne trovata. Paola ricorda tre segni verticali, apparentemente di sangue, dietro la porta. Tracce che, sostiene, non risultano nelle fotografie scattate successivamente. Anche Antonello, il fidanzato, riferì di aver notato impronte o ditate. Da qui nasce una delle ipotesi più inquietanti: che qualcuno possa essere rimasto nell’appartamento mentre il corpo veniva scoperto.
È soltanto un’ipotesi, mai dimostrata. Ma è proprio questo il cuore nero di via Poma: ciò che non è stato provato convive da decenni con ciò che non è stato spiegato.
Una notte piena di incognite
Nel libro Paola torna anche sulle ore trascorse prima di raggiungere l’ufficio, sui tentativi di individuare l’indirizzo e sulla sensazione che il tempo scorresse senza una ragione precisa. Nessuno di questi elementi, da solo, offre una risposta. Insieme, però, compongono ancora oggi una sequenza di zone d’ombra. Via Poma resta così un delitto senza colpevole e una scena che sembra continuare a restituire particolari dal buio. Trentasei anni dopo, la domanda è ancora la medesima: chi c’era davvero in quel palazzo quella notte?


