Federico Fellini nel tunnel della costruenda linea della metropolitana di Roma, ambientò negli Anni Quaranta una scena indimenticabile del suo film “Roma”: mentre scavano una galleria gli operai portano alla luce alcune pitture sui muri di epoca romana. Vittorio De Sica invece alla Stazione Termini ambientò la pellicola omonima che racconta la vicenda di due amanti. Negli ultimi dieci anni, nonostante i tentativi di renderla interessante dal punto di vista commerciale con l’apertura di decine di negozi, la Stazione Termini è rimasta (secondo la definizione abusatissima) un non-luogo, malvisto dai viaggiatori che ci passano frettolosamente e usano le due linee della metro spesso maledicendola per le motivazioni più varie: scioperi, ritardi, malfunzionamenti, lavori in corso, caldo eccessivo.
Eppure rimane il biglietto di ingresso alla Capitale, la porta che i turisti provenienti dall’aeroporto e i viaggiatori che usano i treni delle Ferrovie dello Stato si trovano subito davanti, la prima immagine di Roma. Questo panorama dai prossimi giorni sarà “brandizzato”, colorato di rosso e marchiato dal logo di una compagnia telefonica per alcuni mesi in cambio di un pugno di dollari, anzi una manciata di sterline versate all’Atac. Oltre al simbolo e alle insegne commerciali della compagnia telefonica, che ricopriranno i muri e alcuni treni della metropolitana, anche il nome della stazione subirà una variazione: pronunciata in romanesco diventerà qualcosa che suona come “Vodafonterministescion”.
Un esproprio linguistico che potrebbe sfociare in una mutazione geografica. Qualche timido tentativo in passato c’era già stato. Gli osservatori più attenti ricorderanno la lampada Osram gigantesca collocata sul piazzale negli Anni Sessanta, diventò così famosa che Claudio Baglioni le dedicò una canzone; ma un intervento così massiccio e invasivo non si era mai visto. Luoghi della Capitale creati da marchi commerciali o mitopoietici, stimolati dal racconto, eppure ce ne sono stati: i ragazzi di vita di Pasolini giocavano intorno al Ferrobedò, storpiatura del nome di un impianto industriale di un’azienda di cementi (la Ferro-Beton); una targa su via Merulana “al numero 219 in un casermone color pidocchio”, ricorda che lì si sarebbero svolti i fatti del “pasticciaccio” raccontato da Gadda, peccato che siano accaduti solo nelle pagine di un libro. Chi ha la memoria lunga ricorderà il pellegrinaggio di telespettatori al numero civico numero 33 di Via Margutta, luogo magico e misterioso al centro dello sceneggiato televisivo “Il segno del comando” con Ugo Pagliai capace di inchiodare sulle poltrone decine di milioni di italiani.
L’immaginazione popolare prende i suoi miti ovunque e li fonde con i luoghi, ma dare a una stazione della Metropolitana il nome di una compagnia telefonica – per di più straniera- in cambio di qualche centinaia di migliaia di Euro , significa svendere l’anima di Roma. Aveva previsto bene Fellini nel suo film: quando gli operai rompono l’ultimo diaframma della galleria, le antiche vestigia ritratte sui muri si volatilizzano per effetto dell’aria, polverizzate dal progresso, anzi consumate velocissimamente. Questa era la sua profezia: una volta che si inizia non c’è più modo di fermarsi. Allora facciamo resistenza, nessuno la chiami con il suo nuovo nome anche se temporaneo. E quando vi chiedono”Ci vediamo a Vodafonterministescion”, domandate stupiti: “Indove?”.
Patrizio J. Macci
