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Il Sociale
Carnevale, i giovani si mascherano da clochard. E quelli veri muoiono

A Napoli a carnevale ci si traveste da clochard, mentre i senza dimora veri continuano a morire per strada. L’ultima moda dei ragazzi della città ricca è il travestimento da barbone: qualche giorno fa a una delle feste a tema, in una nota discoteca del centro, hanno partecipato anche i giocatori della squadra di calcio Swansea reduci dalla partita con il Napoli, mentre i residenti protestavano, pensando a una invasione di clochard. Intanto per strada è morto un altro senza dimora: lo chiamavano "O barone" dei Decumani ed era diventato l'idolo dei ragazzi che di sera frequentano il centro storico della città. Si diceva che la sua fosse una scelta di vita, di anticonformismo, ma la verità invece la sta diffondendo in queste ore sul web il fratello de «O barone», che due giorni fa è morto per un'infezione che aveva colpito fegato, polmoni, milza: si chiamava Antonio e 30 anni fa una caduta gli aveva procurato un trauma alla testa da cui non si è più ripreso.

Questa coincidenza di eventi fa pensare molto - dice la sociologa Enrica Morlicchio, professore di Sociologia della disuguaglianza all’Università Federico II di Napoli - e sembra indicativa di una incapacità di empatia con le persone più vulnerabili, che diventano quasi semplicemente delle figure folkloriche nel senso negativo del termine. Figure da interpretare a Carnevale come una forma di provocazione o peggio ancora come una moda”.

"È uno dei tanti segnali della perdita della capacità di solidarietà tra i ragazzi, in parte dovuta forse anche a un calo di attenzione degli insegnanti rispetto a questo problema, in parte anche ai modelli imposti attraverso i mass media. Una volta si andava a scuola anche per imparare la solidarietà verso chi aveva meno risorse economiche o una disabilità, oggi purtroppo sempre più spesso la scuola anche è il luogo in cui si esercita la propria superiorità verso chi è percepito come più debole”. Studiosa della povertà e dell’emarginazione sociale, Enrica Morlicchio è autrice, con Andrea Morniroli, del libro “Poveri a chi? Napoli (Italia) pubblicato con il Gruppo Abele, in cui emerge la “vulnerabilità sociale” delle persone, vale a dire il rischio che a cadere in povertà siano persone che hanno una vita “normale” e che all’improvviso si trovano senza un lavoro e senza risorse. I ragazzi delle feste sembrano essere ben lontani dal percepire questo pericolo, come pure i gestori dei locali che le organizzano.

“Loro in qualche modo percepiscono quella del barbone come una figura estranea da interpretare mentre i percorsi che fanno arrivare alla vita in strada possono essere i più disparati”, dice la Morlicchio. “Una mia studentessa ha fatto una tesi su questo fenomeno dove ha intervistato al dormitorio pubblico anche un ex maestro di sci. A volte sul marciapiedi si trovano ex dirigenti o persone che dopo una separazione o la perdita improvvisa del lavoro, o per la morte dei genitori finiscono in strada. A me colpisce l’invisibilità sociale di queste persone. Da qualche mese una profuga dell’ex Jugoslavia staziona sulla panchina del grande Archivio a NapolI: a parte qualche piccolo gesto di solidarietà, nessuno si occupa di lei. Sembra quasi che faccia parte dell’arredo urbano” (da redattoresociale.it)

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