Le responsabilità sono diverse e compongono una “catena invisibile”, per questo difficile da spezzare: a pochi giorni dall'incidente di Prato, costato la vita a sette operai cinesi, l'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) suggerisce, in un articolo pubblicato sul portale “Lavoro dignitoso”, alcune chiavi interpretative.

La domanda di fondo è: se la tragedia, come tanti hanno detto, era “annunciata”, allora perché non si è fatto nulla per evitarla? Perché le responsabilità sono tante e spesso “nascoste”, come già nel 2010 l'Ilo rilevava nella ricerca “Catene nascoste: lo sfruttamento del lavoro e i migranti cinesi in Europa”, che analizzava il fenomeno della migrazione dalla Cina in tre paesi europei: Italia, Francia e Regno Unito. Riguardo all'Italia – si legge nell'articolo pubblicato su Lavoro dignitoso - i ricercatori avevano messo in evidenza come le enclaves cinesi fossero allo stesso tempo dentro e fuori il sistema economico locale. Dentro, come imprese a cui vengono subappaltate fasi della produzione del “pronto moda” per il mercato europeo. Fuori, però, perché queste comunità restano isolate e invisibili dal punto di vista dei controlli su contratti, condizioni di lavoro e di vita, di tutele.

Esiste infatti una relazione implicita tra imprese e lavoratori – continua l'articolo - un vero circolo vizioso che passa 'dallo sfruttamento, alla dipendenza, alla interdipendenza' e che fa parlare, appunto, di 'catene nascoste'. C'è una sorta di volontà condivisa e di consenso ad accettare qualsiasi condizione, pur di ottenere commesse e di ripagare il debito contratto dai migranti per il viaggio in Europa: turni di 20 ore, paghe ben al di sotto degli standard, nessuna misura di sicurezza, abitazioni inadeguate e anche lavoro minorile”. Tutti elementi che definiscono chiaramente le condizioni di “focerd labour” (lavoro forzato), che in Italia non è ancora sanzionato da misure specifiche, nonostante la ratifica delle relative Convenzioni Ilo. “D'altra parte – si legge ancora nell'articolo - l'isolamento in cui sono tenute le donne e gli uomini cinesi, spesso senza documenti, non aiuta i controlli delle autorità italiane.

Anche gli sforzi della polizia e dell'ispettorato del lavoro per impedire lavoro illegale e per applicare le più elementari norme di salute e sicurezza sembrano inefficaci. I datori di lavoro, connazionali legati alla tratta, hanno diverse strategie per sfuggire ai controlli e spesso spostano la produzione da una casa all'altra, rapidamente, impedendo qualsiasi possibilità di intervento”. Per contrastare il fenomeno, è quindi necessario da un lato creare le condizioni per una maggiore “comunicazione all'interno di quelle comunità, a tutela delle persone più vulnerabili”, ma anche intervenire sulla “rete della produzione, la catena dei fornitori e dei subfornitori delle imprese italiane”, che “potrebbe e dovrebbe fare di più per vigilare e prevenire sfruttamento e altre tragedie come quella di Prato”.

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Le responsabilità sono diverse e compongono una “catena invisibile”, per questo difficile da spezzare: a pochi giorni dall'incidente di Prato, costato la vita a sette operai cinesi, l'Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) suggerisce, in un articolo pubblicato sul portale “Lavoro dignitoso”, alcune chiavi interpretative.

La domanda di fondo è: se la tragedia, come tanti hanno detto, era “annunciata”, allora perché non si è fatto nulla per evitarla? Perché le responsabilità sono tante e spesso “nascoste”, come già nel 2010 l'Ilo rilevava nella ricerca “Catene nascoste: lo sfruttamento del lavoro e i migranti cinesi in Europa”, che analizzava il fenomeno della migrazione dalla Cina in tre paesi europei: Italia, Francia e Regno Unito. Riguardo all'Italia – si legge nell'articolo pubblicato su Lavoro dignitoso - i ricercatori avevano messo in evidenza come le enclaves cinesi fossero allo stesso tempo dentro e fuori il sistema economico locale. Dentro, come imprese a cui vengono subappaltate fasi della produzione del “pronto moda” per il mercato europeo. Fuori, però, perché queste comunità restano isolate e invisibili dal punto di vista dei controlli su contratti, condizioni di lavoro e di vita, di tutele.

Esiste infatti una relazione implicita tra imprese e lavoratori – continua l'articolo - un vero circolo vizioso che passa 'dallo sfruttamento, alla dipendenza, alla interdipendenza' e che fa parlare, appunto, di 'catene nascoste'. C'è una sorta di volontà condivisa e di consenso ad accettare qualsiasi condizione, pur di ottenere commesse e di ripagare il debito contratto dai migranti per il viaggio in Europa: turni di 20 ore, paghe ben al di sotto degli standard, nessuna misura di sicurezza, abitazioni inadeguate e anche lavoro minorile”. Tutti elementi che definiscono chiaramente le condizioni di “focerd labour” (lavoro forzato), che in Italia non è ancora sanzionato da misure specifiche, nonostante la ratifica delle relative Convenzioni Ilo. “D'altra parte – si legge ancora nell'articolo - l'isolamento in cui sono tenute le donne e gli uomini cinesi, spesso senza documenti, non aiuta i controlli delle autorità italiane.

Anche gli sforzi della polizia e dell'ispettorato del lavoro per impedire lavoro illegale e per applicare le più elementari norme di salute e sicurezza sembrano inefficaci. I datori di lavoro, connazionali legati alla tratta, hanno diverse strategie per sfuggire ai controlli e spesso spostano la produzione da una casa all'altra, rapidamente, impedendo qualsiasi possibilità di intervento”. Per contrastare il fenomeno, è quindi necessario da un lato creare le condizioni per una maggiore “comunicazione all'interno di quelle comunità, a tutela delle persone più vulnerabili”, ma anche intervenire sulla “rete della produzione, la catena dei fornitori e dei subfornitori delle imprese italiane”, che “potrebbe e dovrebbe fare di più per vigilare e prevenire sfruttamento e altre tragedie come quella di Prato”.

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