Sarà capitato a tanti genitori di trovarsi alle prese con bimbi che davanti al piattino della pappa sembrano proprio non volerne sapere o, al contrario, sembrano mostrare un appetito insaziabile. Questi comportamenti, spesso vissuti come semplici capricci, in alcuni casi nascondono disagi più profondi.
Contrariamente a ciò che si è soliti pensare, infatti, i disturbi del comportamento alimentare non sono caratteristici dell’età adolescenziale ma possono manifestarsi anche nei bambini molto piccoli. Proprio per far fronte a questo tipo di problematiche, è nata l’Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori, onlus formata da un’equipe di professionisti, tra i quali psicologi e psicoterapeuti, attiva nel promuovere importanti iniziative volte alla cura e alla prevenzione dei disturbi alimentari nei bambini.
Affaritaliani.it ne ha parlato con il Presidente dell’Associazione, la dottoressa Pamela Pace, per comprendere meglio questo delicato fenomeno.
Quali sono i più comuni disturbi del comportamento alimentare che si riscontrano nei bambini? E a che età possono manifestarsi?
“Va innanzitutto precisato che è più frequente incontrare nell’infanzia quadri di disagio alimentare più che disturbi veri e propri, vale a dire situazioni, sovente transitorie, nelle quali il piccolo cerca di esprimere un proprio malessere o anche veicolare una protesta, e lo fa attraverso un comportamento alimentare alterato. I cosiddetti “capricci a tavola” vanno comunque considerati dei campanelli d’allarme, laddove, attraverso svariate anomalie nel rapporto con il cibo ( diffidenza e rifiuto verso cibi nuovi, preferenza verso cibi di un certo colore, paura di masticare..) prova a lanciare un messaggio rispetto al suo malessere interno. Viceversa, i disturbi alimentari, cioè anoressie, iperfagie, obesità, rimandano a quadri che perdurano da più tempo e già caratterizzati da maggior rigidità e conflittualità. Quindi, nei bambini, è più facile incontrare le bizzarrie alimentari che, ripeto, sono una forma particolare di comunicazione tra il bambino ed il suo ambiente, che si serve del cibo al posto delle parole per veicolare un messaggio (paure, fatiche, gelosie, insicurezze o dubbi). Nella nostra attività clinica ci capita di incontrare bambini anche molto piccoli, di sei, otto dodici mesi che rifiutano il latte.

Come possiamo distinguere dei banali capricci da un problema più serio?
“Una madre e un padre attenti possono riconoscere se si tratta di atteggiamenti transitori, legati ad un periodo di maggior stanchezza fisica e/o psichica del figlio, relativa ad esempio all’inserimento al nido o alla materna, reattiva alla nascita di un fratellino. O ancora se il piccolo fatica ad accettare la separazione dalla mamma, ai cambiamenti legati alla ripresa del lavoro dopo il periodo di maternità e/o ad un trasloco. Va ricordato inoltre che la crescita implica fin dall’inizio, anche per il bambino, dover affrontare diversi compiti evolutivi che a volte sono dolorosi e faticosi. Pensiamo ad esempio allo svezzamento. Infatti un breve periodo di inappetenza durante l’introduzione delle pappe o dopo un influenza è fisiologico e non deve spaventare. Laddove invece esiste un problema più serio, il bambino mostra una rigida oppositività, un rifiuto più drastico o, viceversa, una voracità che lo spinge a riempirsi sempre la bocca”.
Come si deve comportare un genitore una volta presa coscienza del problema?
“In genere i genitori preoccupati si rivolgono innanzitutto al pediatra che è la figura privilegiata per operare una prima differenziazione e intuire la serietà del disordine alimentare. Infatti il pediatra conosce il bambino e la sua famiglia fin dalla nascita e quindi può, dopo un’indagine medica, escludere eventuali cause organiche, ed eventualmente indirizzare i genitori verso specialisti in grado di accertare possibili disagi di natura psicologica del bambino alla base del disordine alimentare”.
Ci sono situazioni famigliari che, secondo la vostra esperienza, possono essere considerate a rischio?
“Non c’è una relazione causale tra famiglia e disordini alimentari, anche se, trattandosi di bambini, l’implicazione della qualità della relazione del piccolo con i suoi oggetti d’amore e con l’ambiente in cui vive, è di centrale importanza. Ricordiamoci che il comportamento alimentare è un appreso, il bambino cioè impara e imita quello che vede e sente nella sua famiglia anche rispetto al cibo. Quindi è molto importante sia dare un buon esempio a tavola sia evitare utilizzi distorti del cibo (ricattatorio, intimidatorio, affettivo..) e ridurre il più possibile ansia e nervosismo a tavola. Chiedersi come mai il proprio bambino sputa, gira il viso davanti al cucchiaino o non è mai sazio è sicuramente più produttivo che insistere o perdere la pazienza. L’insistenza genera sempre resistenza!”
Qual è la maggiore difficoltà che incontrano i genitori nel riconoscere un disturbo di tipo alimentare nel proprio figlio?
“Le difficoltà possono essere molteplici e di varia natura, soprattutto se il figlio è piccolo. Da un lato non si pensa che, così precocemente, possa comparire un disturbo alimentare come ad esempio un’anoressia da svezzamento, dall’altro credo che la paura e l’ansia accompagnino sovente l’esperienza della genitorialità. Ogni madre, ogni padre ha i suoi tempi soggettivi per interrogarsi e accorgersi che il proprio bambino sta esprimendo attraverso il comportamento alimentare un malessere, anche perché la fame è un bisogno primario, dunque è difficile per loro immaginare che un bambino piccolo possa rinunciare alla sua soddisfazione. Va detto che comunque i genitori di oggi sono molto più informati rispetto ad un tempo e la loro maggiore consapevolezza è testimoniata dall’alta percentuale delle telefonate che arrivano al numero verde dell’Associazione Pollicino”.
Associazione Pollicino e Centro Crisi Genitori Onlus
Centro per la prevenzione e la clinica dei disordini del comportamento alimentare in età pediatrica
Numero verde: 800.644.622
info@pollicinoonlus.it
