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Il Sociale

da Work Magazine

Il quadro che esce dalla ricerca curata dal professor Mannheimer per OpenJobMetis e che approfondiamo su Workmag non è la solita ricerca sul lavoro, ma offre informazioni di sicuro interesse. In questi anni in cui il primo problema degli italiani è l’occupazione l’indagine ISPO ci mostra un paese che mantiene una solida cultura del lavoro, che è minacciata da una situazione di incertezza insostenibile. Lavoratori ed imprese si sentono privi di punti di riferimento. Vediamo perché.
 
Osservare il lavoro: non mancano in questi mesi in cui la crisi ha dimostrato di durare ancora a lungo le ricerche e gli approfondimenti sullo stato di salute del lavoro e sulla condizione degli italiani di fronte a queste difficoltà. Il segnale di un disagio crescente emerge in ogni valutazione, ma alcune ricerche, grazie ad approcci nuovi, sembrano in grado di cogliere segnali interessanti e di mostrare comportamenti ed atteggiamenti che vanno tenuti in considerazione. Va segnalato come, anche nell’ultima campagna elettorale, il tema del lavoro sia usato dai partiti come una sorta di clava polemica per percuotere la testa dell’avversario, più che come un tema su cui promuovere una riflessione oggettiva in grado di portare a soluzioni condivise. Più o meno tutti i partiti in questa ultima campagna elettorale non sono usciti dal gioco delle dichiarazioni, ma di lavoro in modo realistico e concreto non se ne parla. Sulla stampa e soprattutto in televisione sono davvero pochi gli spazi in grado di dare una informazione oggettiva non solo sul disastro occupazionale in corso, ma anche sugli strumenti che sembrano funzionare, magari in Europa, per poter tornare a creare lavoro. Nell’ignoranza dilagante possono crescere le proposte più bizzarre, come l’idea di un reddito minimo da dare ai disoccupati, a fronte della impossibilità di dar loro un lavoro. Una costosa proposta di stampo assistenziale, avanzata dal Movimento 5 stelle e subito apprezzata dalla sinistra in cerca di numeri per fare un governo. E’ un tema su cui torneremo. Noi preferiremmo la canna da pesca, perché non c’è nulla di più reazionario che regalare pesci. L’indagine ISPO ci segnala almeno tre condizioni, tipiche di chi oggi in Italia lavora. Alcune sono note, altre meno e vale la pena riconoscerle ed approfondirle nei materiali che abbiamo allegato.

La soddisfazione. Chi in Italia lavora è soddisfatto del proprio lavoro. In modo piuttosto significativo: più dell’ottanta per cento degli intervistati si dichiara soddisfatto del proprio lavoro. Si tratta di una percentuale che cala tra i lavori meno qualificati, come operai o commessi, ma non troppo. Il dato medio di soddisfazione è buono e segnala come la passione per il lavoro non abbia abbandonato gli italiani, nemmeno in tempi di crisi. C’è ancora voglia di fare e di lavorare nel nostro paese. Evidentemente la lotta è oggi con chi ci vuol togliere questa nostra voglia di fare.
 
L’incertezza. Un terzo degli intervistati si dichiara più insicuro rispetto all’inizio della crisi (circa 5 anni fa). Se a questi si sommano i soggetti che sentono il proprio posto di lavoro “poco sicuro come prima” si arriva un 63% di “insicuri” (agli operai si aggiungono in questo caso anche i lavoratori free lance e chi è “in proprio”). Più consolidato appare il lavoro di chi ha tra i 45 e i 55 anni (sono coloro che meno di tutti dichiarano il proprio posto insicuro come prima). La principale fonte di preoccupazione è il timore del licenziamento, ma è forte lo stress anche per la prospettiva di una riduzione dello stipendio e della mancanza di continuità (quest’ultimo aspetto investe soprattutto chi ha meno di 35 anni). Attenzione : il disagio e l’insicurezza aumentano anche da parte di chi gode di un rapporto di lavoro garantito e a tempo indeterminato. Questi anni ci mostrano come l’incertezza sul lavoro ed il rischio di perderlo abbiamo reso insicura la nostra società e la percezione e la fiducia di noi stessi. Questo è il disagio del terzo millennio ed è in crescita impetuosa.

Il disorientamento. Rispetto alla crisi gli italiani si danno da fare, ma è davvero evidente come questo muoversi sia privo di punti di riferimento, dell’accesso a validi servizi di orientamento. Esiste un italico fai da te della promozione del proprio lavoro e della propria competenza che si traduce, secondo la ricerca, in modalità che vanno dal buttarsi sul lavoro (aumento delle ore lavorate) al buttarsi sul web ( aumento del ricorso ad internet per far circolare il proprio profilo) fino al buttarsi giù ( aumento della disponibilità a fare mansioni inferiori alla propria competenza). Un dato interessante è la crescita del ricorso alla formazione, sia come aggiornamento professionale che più semplicemente per imparare una nuova lingua, coma tecnica di prevenzione rispetto alla crisi. La ricerca segnala anche come il ricorso a servizi di informazione ed orientamento non sia dai lavoratori italiani nemmeno preso in considerazione tra gli antidoti al rischio di perdere il lavoro ! Le agenzie per il lavoro sono conosciute, ma la grande maggioranza pensa che servano solo a chi ha gravi difficoltà e viva una condizione di marginalità. I servizi per il lavoro sono da chi lavora percepiti più o meno come servizi sociali.

Produttività, preparazione e visibilità: gli italiani sanno che queste sono le leve per tutelarsi dalla disoccupazione, ma non sanno bene come e dove trovare servizi all’altezza di questi bisogni, di queste necessità. Non è un caso, tutto torna : il nostro paese in questi anni di crisi del lavoro ha speso per promuovere i servizi per il lavoro una cifra precisa, chiara e di grande significato : lo 0,03 per cento del PIL, circa otto volte meno della media europea, circa sei volte meno della Spagna e quindici volte meno della Germania. Ed ovviamente nessuno ne parla. Aspettiamo i primi passi su questi temi dei nuovi eletti nel Parlamento e nelle regioni che hanno votato. Fiduciosi?

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