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Il Sociale

 

lampedusa 500 (5)

Sequestrati nel deserto della Libia, poi, solo dopo il pagamento di un riscatto, condotti sulla costa e quindi imbarcati dopo il versamento di un'ulteriore somma.

Questa l'odissea degli immigrati che erano sul barcone naufragato a Lampedusa il 3 ottobre scorso con la morte di 366 persone, ricostruita dai pm della Dda di Palermo dai racconti dei superstiti e verificate nelle indagini della polizia che hanno portato al fermo del somalo Mouhamud Elmi Muhidin, accusato di essere tra i capo dell'organizzazione criminale che gestiva il traffico di esseri umani in un contesto di estrema violenza e di sopraffazione, con stupri di gruppo, segregazione, percosse. Secondo gli inquirenti, questa organizzazione lavorava secondo una schema ben preciso. I migranti venivano intercettati nel deserto e, sotto la minaccia di armi, venivano caricati su pick up e portati in un luogo di detenzione a Sebha, nel Sud della Libia.

"Ciascuno di loro - hanno ricostruito i magistrati - doveva contattare i familiari all'estero e far versare su dei conti correnti, attraverso i circuiti di money transfer, una cifra tra i 3.300 e i 3.500 euro". A pagamento avvenuto i profughi venivano trasferiti sulla costa libica dove veniva preteso un'ulteriore pagamento di 1.000/1.500 dollari per il "biglietto" della traversata. Dopo il questo saldo, si attendeva di imbarcarsi su uno degli scafi in partenza verso le coste siciliane. I magistrati hanno raccolto il racconto di una ventina di ragazze che sono state violentate e stuprate. "E in alcune occasioni sono state offerte in dono - hanno detto gli inquirenti - a gruppi di paramilitari armati di mitragliatori AK-47 Kalashnikov". Sono racconti dell'orrore quelli raccolti dagli investigatori e dai magistrati dalla viva voce degli immigrati ospiti del Cie di Lampedusa, sull'indagine che ha portato all'arresto del miliziano somalo accusato di aver organizzato la traversata di migranti finita nel naufragio del 3 ottobre.

Parla Fanos Kba, 18 anni, nata in Eritrea: "Come ho già dichiarato anch'io sono stata oggetto di violenza sessuale da parte di quest'uomo e dei suoi complici. Infatti una sera dopo essere stata allontanata dal mio gruppo sono stata costretta con la forza dal somalo e da due suoi uomini ad andare fuori, gli stessi dopo avermi buttata a terra e successivamente bloccata alle braccia ed alla bocca mi hanno buttato in testa della benzina provocandomi un forte bruciore al cuoio capelluto, alla pelle del viso ed infine agli occhi, successivamente, non contenti i tre a turno hanno abusato di me". "Dopo circa un quarto d'ora e dopo essere stata picchiata - prosegue il verbale di Fanos Kba - sono stata riportata all'interno della stanza e lì ho raccontato ai miei compagni di viaggio ciò che mi era accaduto. Preciso che tutte e 20 le ragazze che sono state sequestrate sono state oggetto di violenza sessuale e che nel compiere l'atto i miei stupratori non hanno fatto uso di protezione non curanti neanche della mia giovane età, in quanto ancora vergine".

La diciottenne prosegue: "All'interno della casa in questione dopo averci rinchiusi in una grande stanza ci prelevavano uno per uno e privandoci dei nostri effetti personali e utilizzavano il nostro telefono cellulare per chiamare i familiari e richiedere un riscatto per la nostra liberazione. Preciso che eravamo costretti a stare in piedi per tutta la giornata e che ci obbligavano a vedere i nostri compagni mentre venivano torturati con vari mezzi, tra cui manganelli, scariche elettriche alle piante dei piedi e nel peggiore dei casi per chi si ribellava gli stessi venivano legati con una corda collegata gli arti inferiori ed il collo, in modo che anche un minimo movimento creava un principio di soffocamento".

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