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Il Sociale

 

 

Al Bano

Il pietismo c’è, la spettacolarizzazione pure ma tutto sommato Mission, il programma più contestato della tv, andato in onda su RaiUno, risulta brutto solo a metà, salvato in corner dalla presenza di Candida Morvillo e Francesco Pannofino che compensano le iniziali immagini compassionevoli della famiglia Carrisi. Il debutto del primo “esperimento di social tv” non è stato particolarmente premiato dal pubblico raccogliendo solo l’8,17 per cento di share, circa due milioni di spettatori, appena sotto le aspettative del direttore di RaiUno Giancarlo Leone che puntava al 10 per cento. E’ evidente che la trasmissione ha risentito delle pesanti polemiche che l’hanno investita fin dall’estate scorsa. E così i tagli nel montaggio che restituiscono una narrazione lineare, che lineare non è, sono il frutto di un compromesso e dell’intenzione di salvare il salvabile evitando una figuraccia televisiva.

Quello che resta è un format difficile da decifrare, innovativo solo nelle intenzioni, che sembra un mix di cose già viste, senza trovare una sua reale specificità. La prima impressione, infatti, è di trovarsi di fronte a una puntata di “Alle falde del Kilimangiaro”, (pubblico “etnicizzato” compreso) lo storico programma di Rai Tre, che da quasi vent’anni porta i telespettatori alla scoperta dei posti più belli del mondo, ma manca quella leggerezza del racconto e la volontà di storicizzare i luoghi. La parte in studio, con le facce forzatamente contrite degli ospiti, le comparsate solidali (vedi la squadra di calcio dei rifugiati di Rosarno) e le domande fin troppo banali, riporta alla mente il programma che ha fatto conoscere al grande pubblico il conduttore Michele Cucuzza, e cioè “La vita in diretta”. Ma non basta, in questa mistura trova spazio anche la narrazione tipica del linguaggio pubblicitario. E in alcuni stralci del programma (data l’insistenza sui loghi delle due organizzazioni e il richiamo continuo alla donazione tramite l’sms solidale) sembra di assistere alla proiezione di una campagna di comunicazione congiunta Unhcr- Intersos. Quello che solleva è che non si tratta di un reality, almeno nel senso più trash in cui lo conosciamo, ma sembra difficile poter dire che questo è l’unico modo in cui il servizio pubblico possa fare “tv sociale” . La presenza dei volti noti è fuori luogo, e in alcune parti sono gli stessi vip a sembrare imbarazzati. In altre, come nel caso della scenetta in cui Albano porta in dono due caprette, o nei momenti in cui insiste a voler canticchiare i suoi motivetti ai bambini del campo di Zaatari, a imbarazzarsi è il pubblico. Ma non convince neanche l’insistenza sui singoli progetti delle due organizzazioni, che senza un reale approfondimento sul contesto delle realtà raccontate, risulta solo un richiamo per l’sms solidale. A salvarsi sono i racconti di quelli che avrebbero dovuto essere i veri protagonisti di Mission: i rifugiati e gli sfollati incontrati in Giordania e Mali, e i cooperanti che lavorano ogni giorno al loro fianco.

Insomma è difficile poter accettare il “compromesso” di Mission. Per chi non crede sia giusto accontentarsi del “meno peggio”, quello andato in onda ieri sera non è il primo esperimento di social tv ma solo un’occasione persa. Va dato atto agli ideatori e alla Rai che, come dicono in tanti, da oggi molte più persone conosceranno meglio questi temi, avendo visto in faccia i volti di chi ha vissuto in prima persona guerre e persecuzioni. Ma forse proprio per questo il programma andava costruito con più attenzione, coinvolgendo i giornalisti che testimoniano da sempre con il loro lavoro queste realtà ma anche le tante altre piccole ong e associazioni che quotidianamente lavoro al fianco di chi ha perso tutto.

La prima puntata è stata seguita con attenzione dal pubblico della rete e anche su Twitter ha vinto il partito del “pensavo peggio”. Come twitta lo stesso Leone la trasmissione “ha unito e diviso”. Dopo le accese polemiche dei mesi scorsi, infatti, in tanti si aspettavano di vedere la messa in scena di quella “pornografia umnitaria” denunciata preventivamente dal Cipsi, coordinamento di 47 ong. Ma come dice laconicamente Claudio Cecchetto “Alla fine non è…BRUTTO”. Per Tommaso Della Longa, portavoce della Croce Rossa italiana, il programma impone “una seria riflessione culturale. Da noi servono i vip per parlare in prima serata di Siria e Mali. Amarezza”, scrive. Durante la diretta in molti hanno chiesto di rendere conto dei caché dei vip coinvolti. La giornalista free lance Emanuela Zuccalà si chiede se “con i soldi della produzione non si potevano finanziare dei reportage seri sui #rifugiati siriani e maliani”. Mentre uno dei protagonisti del programma, Emanuele Filiberto di Savoia replica “Perché con un programma come #mission si parla di caché al posto di dirci, cosa posso fare per loro? Pensateci prima di predicare!.

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