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Il Sociale
Moda “girone dantesco”. I grandi marchi rilocalizzano in Italia

"Dopo aver messo in ginocchio i piccoli produttori italiani, esportando la loro produzione in Romania, Moldavia, o perfino Cina, i grandi marchi della moda come Luis Vuitton, Armani, Prada, Dior, ora tornano in Italia. Standardizzazione, flessibilità oraria, bassa scolarizzazione dei lavoratori, paura di perdere il posto di lavoro, scarsa sindacalizzazione: sono tutti elementi tipici delle fabbriche bengalesi o moldave che oggi troviamo anche in Italia".

Lo rivela l’ultima indagine dal titolo "Quanto è vivibile l'abbigliamento in italia?", realizzata dalla campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, che ha effettuato una ricerca approfondita sulle condizioni salariali nel settore abbigliamento e calzature per capire se anche nel nostro paese si pone un problema di rispetto del salario vivibile. Il dossier si concentra in particolare su tre distretti del tessile: Riviera del Brenta (Venezia), Napoli e Prato.

Il processo è noto, spiega l'indagine: "Per abbattere i costi e incrementare i profitti le imprese delocalizzano le loro produzioni in paesi dove possono reperire salari da fame, infime condizioni di lavoro e assenza di organizzazioni sindacali. Il settore dell’abbigliamento è tra i più attivi in questo campo: l’utilizzo di manodopera a bassi salari e diritti in Cina o in Bangladesh, come in Romania o Moldavia ne sono un esempio lampante. Le imprese multinazionali, spesso incentivate dai governi locali, comprano stabilimenti o ne costruiscono di nuovi, ricattano i lavoratori facendo leva sui loro bisogni di base; così possono produrre le loro merci a prezzi ridicoli incassando lauti profitti. La costruzione della filiera si basa sull’idea che è sempre possibile trovare manodopera a bassi salari da sfruttare a proprio vantaggio. Mentre una massa crescente di altri lavoratori sempre più impoveriti, è obbligata a tapparsi il naso e a comprare vestiti e calzature a basso costo in una spirale senza fine di corsa verso il basso".

Ora la domanda è: "Ma se improvvisamente ci accorgessimo che quei disperati siamo noi? Nessuno saprà mai se si è trattato di un processo spontaneo o di una strategia preordinata, di quelle che si discutono a Davos o negli incontri segreti del club Bilderberg, ma è un fatto che dopo avere messo in difficoltà i piccoli produttori italiani, ora qualche grande marca stia tornando in Italia. Succede ad esempio nella Riviera del Brenta, area a cavallo tra le province di Padova e Venezia, dove si producono calzature femminili. Dopo un ventennio di delocalizzazioni di piccoli e medi imprenditori contoterzisti, che se volevano lavorare se ne andavano in Romania o chiudevano, oggi giganti come Luis Vuitton, Armani, Prada, Dior, sono tornati per comprarsi degli stabilimenti o aprirne di nuovi. E mentre Prada ha acquistato la Giorgio Moretto, Louis Vuitton ha fatto due acquisizioni e aperto un nuovo stabilimento a Fiesso d'Artico. Ci lavorano 360 persone fra cui molti modellisti, chiamati pomposamente artigiani che svolgono attività di studio e progettazione per l’intera gamma di calzature Louis Vuitton".

"Dallo stabilimento - si legge nella ricerca - escono ogni anno ottocentomila paia di calzature di tutti i tipi. Stivali, mocassini, calzature da sera, sportive e ballerine. Ma sia ben chiaro, non tutte le fasi di lavorazione sono eseguite al suo interno. Oltre alla progettazione, si fa l’assemblaggio e la finitura con l'aiuto di robot e l'utilizzo di tomaie prestampate e importate dall'India. Infatti benché si tratti di imprese del lusso, anche queste si stanno orientando verso una produzione standardizzata per un consumatore che non può spendere 3 mila euro per un capo personalizzato, ma 500 euro per levarsi la soddisfazione di sfoggiare un capo firmato, quelli li trova. Non deve quindi stupire se la filiera produttiva dei grandi marchi che rilocalizzano in Italia risulta composta da un’ampia rete di subfornitori medi e grandi, che a loro volta subappaltano fasi di lavoro a piccole imprese artigianali. Fra esse anche imprese cinesi che ormai sono presenti un po’ in tutti i territori a tradizione calzaturiera e dell’abbigliamento. Le condizioni di lavoro cambiano a seconda del posto occupato dall’impresa nella filiera globale di produzione. Ma queste catene del lavoro sono difficili da riscostruire, anche perché i marchi non sono per niente disponibili a pubblicizzare i nomi dei loro fornitori e in molti casi non hanno neppure il controllo completo sull’intera filiera".

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