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Gli indumenti usati puzzano di camorra

Gli indumenti usati puzzano di camorra. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, rivelata ieri, che ha portato a 14 ordinanze di arresto con l’accusa di aver gestito un traffico illegale di indumenti usati raccolti tramite i cassonetti gialli, è solo la punta dell’iceberg. Tanto che nel rapporto della Direzione nazionale antimafia, pubblicato nel gennaio 2014, si legge che “buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti”.

Una frase che getta un’ombra pesante sulle tante raccolte che le onlus lanciano in ogni parte d’Italia. Il problema sta soprattutto nella filiera. Perché nella stragrande maggioranza dei casi, gli abiti raccolti vengono venduti a imprese specializzate: queste ultime poi li selezionano, li igienizzano e una parte degli indumenti ritornano sul mercato (sia Italiano che estero) e una parte viene riciclata come tessuto.

Ed è in queste fasi della filiera che vengono compiuti gli illeciti: indumenti non igienizzati, documentazioni falsificate, smaltimenti abusivi dei residui di lavorazione. Nel 2013 sono stati raccolte circa 110 mila tonnellate di indumenti. “Le imprese che gestiscono la lavorazione degli abiti li comprano alle onlus a circa 35 centesimi al chilo – spiega Pietro Luppi, direttore del centro ricerche ‘L’occhio del riciclone’, ente che studia il fenomeno -. E al termine della filiera li rivendono a circa 6 euro al chilo”. Si tratta quindi di un giro d’affari di oltre 600 milioni di euro e solo una piccola parte rimane alle onlus.

I centri di gestione degli abiti usati sono concentrati a Ercolano (Napoli) e a Prato. La Direzione distrettuale antimafia scrive che “questo fiorente ed enorme mercato illecito è gestito in parte da soggetti legati alla criminalità organizzata ed in particolare al clan camorrista Birra–Iacomino, attivo nella zona di Ercolano”. È difficile, dunque, per le onlus garantire che gli abiti raccolti non finiscano nelle loro mani.

“Questi clan riescono ad accedere agli indumenti usati grazie a un gran numero di cooperative, che mettono la loro faccia sul territorio – sottolinea Pietro Luppi – Senza queste cooperative i cittadini, che donano e conferiscono i loro indumenti per solidarietà, non collaborerebbero mai con filiere economiche di questo tipo”.

Nell’inchiesta romana sono finiti agli arresti o indagati anche dirigenti di cooperative sociali. “Esiste una responsabilità di chi gestisce le raccolte e ci mette il proprio logo, ma allo stesso tempo non bisogna commettere l’errore di criminalizzare le cooperative. Bisogna costruire un settore di intermediazione sano, non mafioso, equo verso tutti i suoi partecipanti” (da redattoresociale.it)