“Morts de la rue” è un collettivo francese che grazie alla collaborazione con altre associazioni, ospedali e forze di polizia, cerca di dare un nome alle persone senza fissa dimora che muoiono per strada: 453 i casi riscontrati solo nel 2013, una lista che però sembra sottostimata. Il 18 marzo in place de la République a Parigi ha voluto ricordare, attraverso la lettura pubblica dei loro nomi, quelle donne e quegli uomini morti soli per strada. L’iniziativa è volta a mettere in evidenza il fenomeno e ricordare che “vivere per strada non è ineluttabile, così come non lo è morirci”. Il collettivo ha pubblicato nel suo sito internet la lista dei nomi, per permettere alle famiglie di venire a conoscenza della morte di un proprio caro, come è successo a Sabrina, che ha scoperto la morte del fratello attraverso la lettura della lista, ma ancora troppe persone sono rimaste senza nome.
“Ogni anno il collettivo riceve una trentina di segnalazioni dalle famiglie che hanno perduto le tracce di un proprio parente e che vengono a conoscenza della loro morte grazie a questa lista” racconta a La Croix la coordinatrice Cécile Rocca. Ma “bisogna dare un’alternativa alle persone che vivono per strada” proprio per questo un momento della giornata è stato dedicato anche ai racconti di quelle persone che sono riuscite a farcela: Kévin, che grazie all’aiuto di una vicina ha trovato una casa, Frédéric, che è riuscito a diventare animatore a Puy-en-Velay, o Andreas che ha fatto della sua esperienza per strada il modo per divenire educatore. Queste testimonianze “sono una maniera per dire che le persone che vivono per strada, se si creano dei nuovi legami, hanno delle risorse da offrire alla nostra società. La chiave è la fiducia” racconta la Rocca. “La strada non è una fatalità. La loro vita dovrebbe finire lì?” questa la domanda rivolta alle istituzioni pubbliche, alle associazioni, e ai singoli per non restare inermi davanti al fenomeno.











