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Di Alberto Foà

Non mi piace parlare di arbitri. Però lunedì scorso ne ho scritto; un’eccezione dovuta, dopo lo scempio di Genova. Bene, cioè male, perché oggi ancora di arbitri intendo trattare, perché ancor peggio di certi errori, a volte, è l’atteggiamento, sospeso tra arroganza, frustrazione e stupidità. Prendiamo ad esempio – come pessimo esempio, touché – la risposta che il signor Mazzoleni avrebbe dato agli uomini del Pescara che gli domandavano come mai non avesse concesso loro un rigore contro il Chievo, peraltro abbastanza netto: “Imparate a parlare bene in settimana”…

Ho usato il condizionale, perché non ero a Pescara e le cose riportate – specie da una parte dichiaratamente di parte – lasciano a volte il tempo che trovano, tuttavia se sarebbe gravissimo fosse andata proprio così, non sarebbe accettabile nemmeno se le parole e i toni non fossero stati quelli, cioè questi, da avvertimento “mafioso”…
Almeno non per quello che intendo io e cui mi riferivo prima: il fatto che tu sia l’arbitro e indossi una divisa non ti dà a priori il diritto di guardare nessuno dall’alto in basso. Anzi. Una bella risposta sarebbe: “Mi spiace, non l’ho proprio visto, il rigore”; invece se va bene arriva: “decido io” e se va male – e va male – passi dal “zitto o vai fuori” al silenzio assoluto. Non il tuo, perché te lo intimano, quello degli arbitri che non si degnano di concedere alcuna risposta.

A volte – il più delle volte con i deboli – si raggiungono livelli improponibili.
Lungi da me il difendere i giornalisti, per esempio, e tanto meno quelli che parlano o scrivono da “tifosi” o, peggio ancora, da Cassazione di qualsiasi cosa che mi hanno raccontato come successa a Catania qualche tempo fa, ve la voglio raccontare.
Dopo un arbitraggio non proprio ottimale, il signor Bergonzi stava per andare a prendersi un tè caldo nello spogliatoio quando un giornalista, con la superbia i certi giornalisti (ci capita anche senza divisa, manco quella, di scusa, abbiamo), ma con tutta la tranquillità del mondo, gli fa: “Complimenti”.
Bergonzi lo sente e gli scatena contro una serie di repliche spropositate (che vanno dal “chi è lei” al “lei non sa chi sono io”, dal “come si permette” al “zitto o la sbatto fuori”, fino al clamoroso “metto tutto a verbale”).  Naturalmente, siccome gli arbitri a volte sono stupidi ma i giornalisti lo sono quasi sempre, la risposta non si è fatta attendere: “sono un giornalista”… E naturalmente l’arbitro ha messo a verbale. Aggiungendoci che gli si era avventato contro, che lo aveva insultato pesantemente (e gli aveva detto “complimenti, pensa se l’avesse insultato sul serio) e che andava deferito e convocato.

E così fu.
Ora, io non voglio prendere le difese del collega, tanto più – cioè tantissimo meno – che se uno è così pirla da rispondere prima da dire complimenti a un arbitro, poi a rispondere sul serio alle sue domande da poliziotto e dulcis in fundo anche alla convocazione di Lega, senza esserne tesserato, forse non va licenziato perché ha detto “complimenti” all’arbitro ma per l’appunto per pirlaggine acuta, però forse anche gli arbitri farebbero bene a darsi una bella calmata. Dico forse perché mi sia concesso il beneficio del dubbio, sul prossimo verbale. 

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