Nella serata di ieri, la clamorosa decisione due mesi dopo la finale di Rabat: revocato il titolo al Senegal, il Marocco vince 3-0 a tavolino
La Coppa d’Africa cambia padrone quasi due mesi dopo la finale, e già questo basta a dare la misura dell’assurdo. Nel calcio pensavamo di aver visto ormai quasi tutto, ma una storia come questa forse non l’avrebbe immaginata neppure una mente grottesca e visionaria come quella di David Lynch.
La Caf (Confédération Africaine de Football) ha accolto il ricorso del Marocco e ha assegnato ai padroni di casa il titolo con un 3-0 a tavolino, cancellando di fatto l’1-0 del Senegal maturato ai supplementari sul campo di Rabat. La Commissione d’Appello ha ritenuto applicabili gli articoli 82 e 84 del regolamento: il primo considera perdente una squadra che lascia il campo senza autorizzazione arbitrale, il secondo traduce quella violazione in uno 0-3 d’ufficio, come spiegato nel comunicato ufficiale della Caf: il comportamento del Senegal “rientra nell’ambito di applicazione degli articoli 82 e 84” e ha quindi dichiarato la squadra sconfitta a tavolino nella finale.
Intanto, il Senegal andrà al Tas di Losanna e bolla la sentenza come “ingiusta, inaccettabile e senza precedenti”. Abdoulaye Seydou Sow, segretario generale della federazione, parla di una “vergogna per l’Africa” e di una decisione senza base giuridica. Il Marocco, invece, rivendica la correttezza del ricorso. La federazione di Rabat sostiene di non aver contestato il risultato sportivo, ma solo chiesto l’applicazione del regolamento.
Le reazioni, intanto, sono state incendiarie. Una fonte della federazione senegalese ha dichiarato a L’Equipe: “Siamo indignati. Il 29 marzo ci sarà una riunione del Comitato Esecutivo della Caf; sarà la Terza Guerra Mondiale”. Claude Le Roy, ex ct del Senegal, ha rincarato: “Non avrei mai immaginato, nemmeno per un secondo, che la Caf potesse spingersi così in là nella strada dell’assurdità”, definendo Patrice Motsepe, presidente della Caf dal 2021, “un vassallo di Gianni Infantino che voleva dare questa Coppa al Marocco fin dall’inizio.
La folle notte di Rabat e quando il calcio deraglia dai binari del gioco
Per capire come si è arrivati a una decisione così clamorosa bisogna tornare alla notte del 18 gennaio a Rabat. La finale era bloccata sullo 0-0 quando, nel recupero dei tempi regolamentari, è successo tutto quello che neanche la penna più fantasiosa avrebbe potuto immaginare. Prima il Senegal si è visto annullare un gol a Ismaila Sarr. Poi, dopo un check Var, l’arbitro ha assegnato un rigore al Marocco per un contatto (quanto meno dubbio) su Brahim Diaz. Quel penalty, giudicato inesistente dai senegalesi, ha fatto esplodere la “commedia”. I Leoni della Teranga su richiesta specifica del proprio commissario tecnico, Pepe Thiaw, hanno lasciato il campo per protesta e la gara è rimasta sospesa per diversi minuti, in mezzo a tensione, caos e nervi tesi.
Qui entra in scena un altro protagonista di questa storia. Sadio Mané, capitano e leggenda del calcio senegalese, l’uomo che evita che la finale finisca nel caos definitivo. È lui a calmare compagni e staff e a convincere il Senegal a rientrare in campo. Ma se in quel momento sembrava che la follia di Rabat fosse arrivata al culmine, da qui in poi la commedia assurge a romanzo. 24 minuti dopo il 90esimo Brahim Diaz si presenta sul dischetto con la possibilità di scrivere la storia e di regalare alla nazionale marocchina una vittoria indimenticabile, ma il centrocampista del Real madrid ed ex Milan, sceglie di calciare con “il cucchiaio”. Il portiere resta fermo, intuisce e blocca il rigore. Da lì la partita esce da ogni logica: recupero interminabile, tensione sugli spalti e in panchina, poi i supplementari. E proprio in quel momento che il destino ci mette la mano: nei supplementari il sinistro di Pape Gueye vale l’1-0 Senegal e consegna alla squadra di Pape Thiaw quella che sul campo sembrava la seconda Coppa d’Africa della sua storia.
Dopo il fischio finale, però, il caos non si spegne. Il ct del Senegal ammette l’errore e chiede scusa per aver ordinato ai suoi di lasciare il campo, pur tornando a contestare il rigore assegnato al Marocco e il gol annullato ai suoi. Dall’altra parte Walid Regragui, allora ct del Marocco, parla di un’immagine “un po’ vergognosa” per il calcio africano. La Caf apre un fronte disciplinare tra multe e squalifiche, ma il nodo vero resta quello regolamentare. Ed è proprio da lì che è arrivata la sentenza che ha spostato la Coppa d’Africa dal campo ai tribunali: una finale che continua a produrre veleni, un ricorso al Tas pronto ad allungare le polemiche e una notte di Rabat che, più che incoronare un vincitore, si è trasformata in un caso politico, simbolico e sportivo.
Coppa d’Africa, a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, è stato il gioco. Ecco perché
Al netto dei giudizi, della corretta applicazione delle regole e di tutto ciò che è accaduto nella notte di Rabat, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso: a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, è stato il gioco. Si può condannare una squadra che abbandona il campo, si può difendere il rigore del regolamento, si può discutere all’infinito di sentenze, ricorsi e legittimità. Ma il punto è che questa storia ha finito per schiacciare proprio ciò che il calcio dovrebbe proteggere più di ogni altra cosa: sé stesso.
Sarebbe ingenuo pensare che il calcio non sia politica, che non sia rappresentazione di un Paese, dei suoi equilibri, delle sue tensioni, perfino delle sue ambizioni. Ma proprio per questo fa ancora più impressione vedere una Coppa continentale trascinata fuori dal campo, sottratta ai suoi 90 minuti e consegnata ai tribunali. A uscirne ferito non è stato solo il Senegal o il Marocco: è stato soprattutto il calcio africano e un continente, che vive già dentro contraddizioni profonde e fratture evidenti, e che forse aveva bisogno più di ogni altro di una fine, anche dura, anche discussa, ma racchiusa in un campo verde.
Per una volta, forse, sarebbe stato meglio lasciare che tutto finisse lì. Rinunciare a quell’idea affascinante ed evocativa secondo cui una partita non finisce mai davvero, secondo cui il calcio può continuare all’infinito nei processi, nelle polemiche, nelle vendette e nei sospetti. Perché in tempi come questi, al netto della ragione e della gloria, forse dovremmo tornare a concepire il calcio per ciò che è anche nel suo nucleo più puro. 90 minuti di divertimento, di attesa, di emozione condivisa: in una parola “gioco”. Tornare a guardarlo come da bambini, sul divano di casa, accanto ai nostri genitori, quando una partita era ancora un piccolo mondo chiuso, misterioso e autosufficiente.
Per ridare al calcio la sua dimensione onirica, sognatrice e perfino politica nel senso più alto del termine, bisogna forse tornare a racchiuderlo dentro 90 minuti. Solo così una partita può aspirare davvero all’eternità. Perché, come dice Jean Piaget, psicologo svizzero, il gioco è “il lavoro dell’infanzia”. E allora forse bisogna tornare a essere bambini, tornare a guardare il calcio come uno spazio di scoperta, stupore, immaginazione. Perché quando il gioco viene interrotto, deformato, trascinato altrove, non si perde solo una partita, si toglie qualcosa anche alla nostra capacità di esplorare il mondo. E noi, oggi più che mai, non possiamo permetterci di smettere di esplorare.










